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FIAT: FERRERO, SE VA ALL'ESTERO RESTITUISCA SOLDI A STATO PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Giovedì 10 Giugno 2010 00:32

 

(ANSA) - ROMA, 28 LUG - «La Fiat ha preso tanti soldi dallo Stato: se vuole andare a produrre auto fuori dall'Italia faccia il favore di restituirli»: a dirlo è il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, ospite questa mattina di Omnibus, in onda su LA7. «Se un'azienda prende finanziamenti dallo Stato, questi devono servire per politiche industriali in quel territorio», ha aggiunto Ferrero. Che poi ha precisato: «Bisogna smetterla di dare soldi a imprese senza vincoli, perchè le imprese si fanno i fatti loro. Bisogna vincolarli, chiedendoli indietro se queste se ne vanno e obbligando le imprese a spenderli per la ricerca, come sta facendo Obama. L'auto elettrica infatti la farà Chrysler, in Italia si farà la Panda», rileva. Ferrero, poi, attacca l'Ad di Fiat Marchionne. «Altro che fargli un monumento, bisognerebbe additarlo come un industriale che lavora a distruggere le condizioni che ancora ci sono di apparato industriale del paese». «Si dice - ha aggiunto - che è moderno distruggere il contratto di lavoro. La Fiat ha chiuso uno stabilimento, quello di Termini Imerese, e ne ha messo un altro, quello di Pomigliano, in condizioni 'polacchè. Perchè Marchionne è considerato un modernizzatore se riporta le condizioni del lavoro agli anni Cinquanta?», conclude.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Newco e contratto Fiat? Una follia da anni '50». Intervista a Giovanni Alleva

Roberto Farneti - liberazione
«Quello della Fiat è un bluff per intimorire i lavoratori. E i vari professori traditori assoldati da Marchionne - ammesso che esistano, perché mi pare una follia - stanno istigando a un reato». Piergiovanni Alleva, professore ordinario di Diritto del lavoro all'Università delle Marche, liquida così l'ipotesi minacciosa, fatta nuovamente trapelare dall'azienda e fino ad ora mai smentita, di una prossima cessione dello stabilimento di Pomigliano d'Arco a una "newco", sempre controllata dalla Fiat, allo scopo di poter poi riassumere solo i lavoratori disposti a sottoscrivere le deroghe alle leggi e al contratto previste dall'intesa separata non siglata dalla Fiom e bocciata dal 40% degli operai che stanno sulle linee. «In Italia non si può ancora dire "assumo chi mi pare"», ammonisce Alleva.

La Fiat però non si arrende. Addirittura starebbe progettando di uscire dalla Confindustria, pur di non essere obbligata ad applicare il contratto nazionale dei metalmeccanici e togliere così dalle mani della Fiom l'arma dei ricorsi giudiziari. Ma davvero lo potrebbe fare, tecnicamente parlando?
Teoricamente sì, chi non sottoscrive un contratto non ne è vincolato. In realtà però di imprese che non applicano il contratto collettivo, perché fuoriuscite dalla Confindustria, io ne ricordo solo una. Era la Max Mara, col suo vecchio padrone Achille Maramotti. Sono cose che normalmente non portano da nessuna parte, anche perché spesso sono più i guai che i vantaggi. Ad esempio, chi non applica il contratto nazionale non ha diritto ad alcun sgravio, fiscale o contributivo. Tanto che Maramotti alla fine dovette restituire 7 miliardi di sgravi contributivi. Per cui questo progetto mi sembra francamente folle. Mi meraviglio di Marchionne. Dopo averne conosciuto la versione "dottor Jekyll" - quella del manager che rilanciava la Fiat al di qua e al di là dell'Atlantico - da un po' di tempo stiamo conoscendo il Marchionne "mr. Hyde". Un padrone aggressivo che riesce a spaventare persino il gregge che lo ha applaudito fino a adesso.

Veramente c'è chi, nonostante i licenziamenti e la fuga in Serbia, continua ad applaudirlo. La Uilm ha già detto sì alla newco, se questa «garantirà norme e retribuzione dei lavoratori».
Poi questi sindacalisti dovranno anche fare i conti con i lavoratori. Comunque ripeto: fare una newco a Pomigliano è possibile. Quello che non è possibile è tenere fuori gli iscritti alla Fiom. Quando c'è continuità nella gestione aziendale c'è trasferimento d'azienda. E se c'è trasferimento d'azienda - articolo 2112 - passano tutti i dipendenti. Ammettiamo che la Fiat metta Pomigliano nelle mani di una compagnia completamente nuova. E che quest'ultima riprenda alle proprie dipendenze solo i lavoratori non sospettati di essere della Fiom. Se facesse questo lederebbe l'articolo 15 dello Statuto dei lavoratori, che, alla lettera A, proibisce discriminazioni di tipo sindacale nelle assunzioni. Un reato punibile - ogni volta, sottolineo, che lo commetti - con l'arresto da 15 giorni a un anno. Come avvocato del lavoro aspetto con molto piacere queste iniziative, perché così forse potrei ritirarmi a vita privata avendo guadagnato qualche cosa in più.

Alla Fiat sta stretto anche il contratto separato dei metalmeccanici siglato da Fim e Uilm. Il sogno di Marchionne sarebbe quello di sostituirlo nel 2012, quando scadrà, con un nuovo contratto per il solo settore automobilistico.
E' la vecchia idea che Valletta voleva realizzare con il Sida, il sindacato giallo dell'automobile. Non si stanno inventando niente, stanno tornando semplicemente agli anni Cinquanta. E dopo gli anni Cinquanta vennero gli anni Settanta. Certo, teoricamente la Fiat potrebbe uscire dalla Confindustria e dopodiché provare a fare un suo contratto per il settore merceologico dell'auto. Le trasmigrazioni contrattuali sono già accadute. Molte aziende del settore informatico sono passate dal contratto metalmeccanico a quello delle telecomunicazioni. Ma la qualità dei contratti è legata alla capacità vertenziale di ciascuna categoria. E quest'ultima dipende dai lavoratori. La Fiat non può pensare di eliminare il conflitto semplicemente cambiando settore. Per questo comincio a pensare che Marchionne sia un po' matto. Con questa politica fatta di annunci, ricatti, si sta creando non pochi nemici. Vedo che anche la Lega è in ebollizione. Così non si va da nessuna parte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FERRERO PRC-FEDERAZIONE SINISTRA:"MANIFESTAZIONE FIOM GRANDE OCCASIONE UNITA' SU LAVORO"

"La manifestazione indetta dalla Fiom per ottobre costituisce l'occasione dell'Italia democratica per riprendere il cammino comune a partire dal fondamento costituzionale nel lavoro: ci saremo e ci impegneremo per realizzare l'unità più vasta". Questa la valutazione del segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero, riguardo alla mobilitazione nazionale decisa ieri dal Comitato centrale delle tute blu della Cgil.
"Accogliamo con grande favore la decisione della Fiom di convocare sabato 16 ottobre una manifestazione nazionale per il lavoro, i diritti, la democrazia e la riconquista di un vero contratto nazionale, aperta alla partecipazione sociale e dell'opinione pubblica - sostiene il segretario di Rifondazione - Si tratta di un appuntamento necessario, tempestivo e utile. E ci adopereremo in ogni modo per la sua riuscita. E' l'occasione di rilanciare, senza pregiudizi o distinguo, una grande iniziativa comune sulla democrazia e il suo nesso con le questioni sociali, contro le ingiustizie e le prevaricazioni messe in atto dal governo e dalle imprese come la Fiat".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo spirito di Genova. Quello vero 

 

 

di Alfio Nicotra

Come nove anni fa Liberazione sarà oggi in Piazza Alimonda. Il 20 Luglio 2001 due spari assassini ci portarono via Carlo Giuliani. In quella piazza macchiata di sangue innocente il suo corpo venne straziato con odio, mentre la sua memoria è stata offesa per lungo tempo. Grazie all’impegno di Giuliano e Haidi, i suoi due straordinari genitori, di sua sorella Elena, Carlo è rimasto e rimane come una ferita aperta nella coscienza della Repubblica italiana. Quella ferita che il tribunale pensava di cancellare facilmente archiviando il processo sulla sua morte senza neanche un dibattimento. Carlo era - come vollero scrivere i suoi amici sulla targa di marmo di Piazza Alimonda  - semplicemente un ragazzo. Uno dei tanti che quel giorno scelsero di scendere in strada contro gli 8 grandi della terra.
 

Uscendo di casa non pensava di andare incontro alla morte. Si ribellava ad una repressione brutale ed ingiusta ordinata dalle più alte cariche istituzionali e dai vertici della polizia. Aveva in testa e nel cuore progetti per il futuro, anzi pensava che quell’andare a manifestare quel giorno era già il futuro che cominciava a cambiare le troppe ingiustizie del mondo.
Nichi Vendola, nell’intervento conclusivo delle sue “fabbriche”, ha accostato Carlo a Falcone e Borsellino, definendoli eroi. Non ce ne voglia il Presidente della Regione Puglia, ma noi continuiamo a definire Carlo quello che era: un ragazzo. Perché è questa normalità dell’esistenza, essere volto tra gli altri volti, ad averlo reso identificabile con una generazione che rompeva il tabù del pensiero unico del mercato e della mercificazione di ogni relazione.
Genova 2001 era la tappa di un cammino. Partito da Seattle, inverato nelle mobilitazioni di Praga e di Napoli, lanciato dal primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e destinato ad aprire una lunga primavera di gigantesche mobilitazioni nel nostro Paese, in Europa e nel mondo.
Rifondazione Comunista fu una delle colonne di quel processo perché ebbe la capacità e l’intuizione di mettersi a disposizione di una rete di movimenti con la quale interlocuteva da pari a pari. L’internità ai movimenti non ci fu concessa per decreto, ma ce la conquistammo con la pratica dell’ascolto, con il tessere le fila della rete unitaria e per essere stata la sola forza del panorama politico italiano ad aver contrastato senza ambiguità l’orribile guerra “umanitaria” contro la Jugoslavia. D’altronde il Genoa Social Forum contestò un G8 preparato anche nelle sue “zone rosse” dal governo D’Alema e gestito poi da quello Berlusconi.
In una recente intervista al Manifesto sempre Nichi Vendola ha affermato che «a Genova era meglio sciogliere il Prc». Una affermazione sorprendente, perché proprio quel periodo ha registrato il massimo dell’utilità sociale del nostro partito e anche della sua efficacia e capacità d’innovazione. Eravamo veramente, in quegli anni, come pesci nell’acqua. E’ da quella esperienza che nasce l’esigenza di andare oltre se stessi, dentro una crescente radicalità anticapitalista, come nel progetto originario della Sinistra Europea. L’incrocio fertile con lo zapatismo mutava inoltre anche le forme del fare politica. Nell’altro mondo possibile l’idea di un nuovo assalto al cielo prendeva nuova ed inaspettata attualità tanto da predisporre un intero continente - l’America Latina - verso sperimentazioni sia di lotta (l’Argentina, gli indigeni di Cochabamba, il movimento dei Sem Terra) sia di governo, con lo sdoganamento di una parola considerata allora in disuso come socialismo.
Le ragioni della nostra difficoltà attuale sono semmai attribuibili all’abbandono della traiettoria di Genova con la sovrapposizione tra la necessità di sconfiggere Berlusconi e l’illusione di poter determinare - con quei rapporti di forza e chiudendo con i movimenti - l’agenda politica del governo Prodi.
Ripartire da Genova è sicuramente una necessità per la sinistra. Partiamo però dalla sua “densità” e non accontentiamoci solo della sua estetica. Troppo spesso si è evocato a sproposito lo spirito di Genova per giustificare cose che da quella densità se ne discostavano sostanzialmente. Quel movimento aveva un’infinità di punti di riferimento tra economisti, scrittori, sindacalisti, uomini e donne di cultura, ma contemporaneamente ripudiava fortemente ogni forma di cesarismo. Applaudiva i leader quando lo meritavano ma li lasciava da soli quando - nel giorno della visita di Bush - pretendevano d’imbrigliarlo in una manifestazione “istituzionale” in Piazza del Popolo.
Nella democrazia partecipativa c’è un modello diametralmente opposto al berlusconismo anche nelle sue varianti populiste e di sinistra. Questo movimento non si è disperso. Ha potuto reggere, senza copertura mediatica e con l’ostilità dell’opposizione parlamentare, la più grande mobilitazione referendaria della storia italiana come quella per la ripubblicizzazione dell’acqua. L’Italia, la sinistra, hanno un bisogno disperato della “densità” di quel movimento. Come per la campagna sull’acqua “spariglierebbe” molto di più di premature candidature alle primarie. Pomigliano evidenzia il rabbioso odio di classe del capitalismo globalizzato ma anche la dignità della resistenza operaia. Se Pomigliano unisce la sinistra allora non lasciamo che la dividano rancori o quel reciproco accusarsi di essere dei “cimiteri” o “subalterni al sistema”. Partiamo da lì per difendere la dignità del lavoro e i valori della nostra Costituzione. Riprendiamo insieme il cammino di Genova.

(da Liberazione, 20/07/2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

RU486: SUL NOSTRO CORPO DECIDIAMO NOI! Protesta della FdS alla Regione Lazio

 

Il Comitato “Donne per l’Autodeterminazione” della Federazione della Sinistra ha protestato durante la seduta del Consiglio regionale del Lazio contro i reiterati attacchi ai diritti femminili. Le linee guida della giunta Polverini sulla somministrazione della pillola Ru486 di fatto ledono doppiamente le libertà di scelta della donna. Da un lato la si obbliga ad un ricovero coatto di tre giorni per interrompere farmacologicamente la gravidanza, dall’altro non le si da la possibilità di essere ricoverata.

Infatti nell’attesa che vengano individuate le strutture sanitarie idonee, l’assunzione della pillola è bloccata.

L’indirizzo politico della nuova giunta è quello di colpire, su diversi fronti, tutti quei diritti conquistati dalle donne in anni di dure battaglia, dalla 194 alla legge che istituisce i consultori e che oggi si vorrebbe sovvertire.

Si apre una nuova stagione di conflitto in cui il Comitato continuerà a lottare contro chi ipocritamente dice di voler difendere la vita e la salute delle donne, contro chi urla perché la donna sia sola una macchina procreatrice, contro chi boicotta l’autodeterminazione femminile.
Una lotta che vorremmo portare avanti con tutte le donne consapevoli del Pd che si indigneranno scoprendo che parte del proprio partito oggi ha votato insieme alle destre.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Luglio 2010 21:19
 
Fiat, lettera di un operaio: «Caro Sergio, saremo noi a perdere tutto» PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Giovedì 13 Maggio 2010 18:43

 

Caro Sergio, Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega. Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.

Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi. La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.

Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai. Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l'alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».

Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male. Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia. Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano». Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti. Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.

Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.

Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro. Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (...) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (...). A lei le cose vanno già molto bene così. Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile. Buon lavoro anche a lei.

Massimiliano Cassaro
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Marchionne ha gettato la maschera

di Dino Greco

E tre. Dopo l’annunciata chiusura di Termini Imerese, dopo il ricatto di Pomigliano, ora Marchionne getta definitivamente la maschera: via anche da Mirafiori. La Lo, l’utilitaria destinata a sostituire la Multipla, la Musa e l’Idea non si farà più negli stabilimenti di Torino, bensì a Kragujevac, dove il salario mensile di un operaio tocca a malapena i duecento euro mensili, dove pur di lavorare, gli operai della ex Zastava, la “Fiat dei Balcani”, rasa al suolo dai bombardamenti della Nato nella guerra contro la Serbia del 1999, sono disposti a subire qualsiasi condizione pur di guadagnarsi un tozzo di pane. E dove il primo ministro Kostunica è pronto a concedere ogni sorta di beneficio o franchigia fiscale per accaparrarsi l’investimento della casa automobilistica che con una sempre più grottesca espressione chiamiamo ancora “torinese”.

La rivelazione schock l’amministratore delegato della Fiat l’ha fatta da Detroit, argomentando che questa scelta è la conseguenza obbligata della rigidità sindacale imperante nel nostro Paese. L’escalation del manager italo svizzero è stata impressionante. Dapprima egli ha spiegato che continuare a lavorare in Sicilia avrebbe significato andare in perdita per ogni auto prodotta, lanciando un messaggio devastante a tutta la borghesia industriale contro gli investimenti nel Mezzogiorno. Poi ha preteso che gli operai di Pomigliano si piegassero a barattare il loro posto di lavoro con l’azzeramento di ogni diritto e con il ripristino di prestazioni di tipo servile. Infine, ha concluso che anche a Mirafiori, in quello che fu l’epicentro dell’impero Fiat, non è più conveniente stare. Perché, in definitiva, cercare il freddo per il letto? L’azienda che fra un anno sarà della Chrysler per il 35% e che controllerà Fiat Group, chiude questa stagione con un’eccezionale performance economica, tornando all’utile netto, remunerando gli azionisti e incontrando l’entusiastico apprezzamento dei mercati, sempre golosamente sedotti da operazioni che sanno di profitto, anche e proprio perché costruite sui licenziamenti collettivi e sulla compulsiva limitazione dei diritti dei lavoratori.
Il gioco ora è scoperto: l’influenza del bene di questo Paese sulle scelte strategiche della Fiat è pari a zero. Si investe e si produce solo ed esclusivamente là dove i costi complessivi, a partire da quello del lavoro, sono più contenuti e dove l’unilateralità del comando non trova alcun ostacolo, né di natura sindacale, né legislativa.
Più le regole sono lasche, evanescenti, più i lavoratori sono spogliati di prerogative, privi di forza contrattuale e più è forte la spinta ad allocare lì le proprie risorse: un’idea ottocentesca della competitività, che chiede - come correlato politico - rapporti sociali fondati sulla dominanza senza contrappesi del capitale e istituzioni democratiche involute o assenti.
Ora la Fiat, immemore di avere succhiato montagne di denaro ai lavoratori e ai contribuenti italiani, se ne sta andando, compiendo un atto piratesco, di rapina. Con il governo complice e Cisl e Uil a far da palo, come utili idioti.
Sovviene una domanda a cui molti illusi, a partire dal Pd, dovranno prima o poi rispondere: troverete mai la forza morale, l’autocritica resipiscenza per capire che non c’è possibile tenuta democratica del Paese se si continua ad accettare che l’impresa, ed essa sola, detti le condizioni dello sviluppo e se si pensa che la rinascita di una società sfibrata possa avvenire a spese della sua parte più debole? Non passa giorno, ormai, che nuove perle non si aggiungano al rosario delle nefandezze che opprimono la vita materiale e spirituale di tanta parte di quel “popolo” che i satrapi al potere pretendono di rappresentare.
Proviamo allora ad unire le energie di quanti - e sono sempre più - avvertono che questa situazione può soltanto ulteriormente degenerare. Andiamo oltre i singoli episodi di resistenza e di autodifesa di gruppo, che nascono e si spengono - troppe volte senza esito positivo - nel vuoto dell’ascolto e della rappresentanza politica. Possiamo farlo. Non da soli, ma possiamo farlo. C’è un appuntamento, quest’autunno, che va preparato con certosino impegno e grande tensione unitaria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questione femminile: la trasformazione della società e le prospettive della liberazione

Di Manuela Grano

La connessione indissolubile tra la gestione del corpo femminile e la riproduzione della società è alla base dei costanti tentativi ,da parte delle forze politiche conservatrici e della società stessa di disciplinare il corpo delle donne, sottraendo ad esse l’autonomia e la sua piena disponibilità.

In questi anni di governo delle destre stiamo assistendo ad una recrudescenza dell’attacco all’autodeterminazione delle donne. L’assenza, o la marginale presenza, di una forza comunista nei luoghi in cui si esercita il potere legislativo  e  la particolare debolezza del movimento delle donne agevola il disegno delle forze politiche più retrive di cancellare una stagione di lotte e di conquiste, quella degli anni ’70, a cui dobbiamo l’attuale legislazione che tutela i diritti delle donne, dal divorzio alla depenalizzazione dell’aborto, alla parità giuridica tra i coniugi etc.

L’aggressione alla dignità e all’autodeterminazione della donna viene portata avanti a diversi livelli.

Sul piano delle condizioni materiali, in un paese che già si colloca agli ultimi posti in Europa per occupazione femminile (secondo i dati Ocse in Italia lavora il 46,4% delle donne: meno di una donna su due) e in cui rimane alta la discriminazione fra i due sessi nell’ambito lavorativo (retribuzioni, sicurezza del posto di lavoro, avanzamento in carriera) la politica finanziaria di questo governo è un chiaro manifesto contro le donne : assistiamo ad un ritorno delle politiche familiste che soppiantano un welfare in via di smantellamento. Si tagliano risorse ai servizi sociali, alla scuola, alla sanità, agli enti locali, insomma, si riduce la spesa pubblica e si scarica sulle donne il prezzo del lavoro domestico e della cura, che di per sé ancora oggi nel nostro paese, per un’idea arcaica della famiglia e del ruolo della donna nella società, grava principalmente su di loro e ne condiziona fortemente le scelte di vita e di lavoro.

Sul piano ideologico, da una parte siamo bombardati da messaggi pubblicitari e trasmissioni televisive che impongono modelli femminili svilenti. Nonostante, infatti, tutte le statistiche dicano che le donne sono la parte più istruita della società, queste appaiono in televisione solo per mostrare tette e culi, o come oggetto  per vendere la merce della specie più varia o, quando sono soggetto, vengono ritratte  nello stereotipo della donna chiusa in una dimensione domestica il cui massimo pensiero della giornata è quale detersivo scegliere per un bucato perfetto.

Nei media borghesi di questo sistema capitalistico, in cui tutto è merce, tutto si vende e tutto si compra, anche la libertà della donna di decidere sul proprio corpo diventa libertà di venderlo, per soddisfare le ossessioni sessuali di uomini patetici; è del tutto evidente che ciò non ha nulla a che vedere con la libertà per cui abbiamo lottato e continuiamo a lottare e che si tratta di un falso messaggio di libertà e della vendita dell’illusione che dall’oppressione di una società maschilista ci si possa liberare individualmente, magari grazie ad un paio di tette nuove e ad un po’ di fama.

Dall’altra parte, le gerarchie vaticane continuano a condurre sul corpo delle donne una violenta battaglia ideologica per affermare il proprio dominio e a praticare una costante ingerenza nell’alveo politico, ricordiamo due episodi eclatanti:  la definizione che Giovanni Paolo II diede delle leggi che garantiscono l’interruzione di gravidanza quali leggi “del tutto prive di autentica validità giuridica” e l’appello di Ratzinger rivolto non ai fedeli ma ai cittadini italiani di non andare a votare in occasione del referendum che chiedeva la cancellazione di alcuni aspetti aberranti della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Dal canto loro, i partiti di destra e di centro-sinistra,  interessati ai grandi numeri che sposta il Vaticano, in barba ad ogni principio di laicità, si sono sempre piegati ai suoi diktat (vedi testamento biologico, unioni di fatto, procreazione medicalmente assistita ecc.) a volte superando le stesse aspettative del Vaticano: pensiamo alla mozione presentata dal deputato Udc Rocco Buttiglione (e approvata dal Parlamento) di sostegno alla proposta di moratoria internazionale dell’aborto, in parallelo con la richiesta di moratoria della pena di morte fatta da alcune organizzazioni internazionali. Il cui assunto di partenza è che la donna che decide di non portare avanti la gravidanza è criminale tanto quanto chi pratica la pena di morte.

Intanto prosegue l’escalation antiabortista, non solo a livello centrale con i ripetuti proclami di modifica della  L. 194, ma anche a livello periferico, nelle regioni governate dal centro-destra, attraverso una serie di provvedimenti restrittivi che rendono praticamente inapplicabile la 194 o ne violano palesemente il dettato. Nella Regione Lazio è pronto un pdl che dovrebbe “riqualificare e modificare i consultori” in cui a tacer d’altro (annullamento della soggettività delle donne e la loro libertà di scelta, centralità della famiglia, che diviene soggetto politico, e dei suoi "valori etici", riconoscimento del concepito come soggetto giuridico, massiccia ingerenza delle associazioni cattoliche nel consultorio, centralità dei consultori privati) è prevista una via crucis per la donna che si presenta in consultorio per esercitare la sempre difficile ma ancora legittima scelta di interrompere la gravidanza. In Piemonte il Presidente Cota ha annunciato che bloccherà la distribuzione della pillola abortiva (RU486). Anche in Lombardia Formigoni è pronto ad allinearsi alle linee guida del Ministero della salute, introducendo il ricovero coatto per le donne che vogliano ricorrere all’interruzione di gravidanza farmacologica. Qualche giorno fa, la Giunta della Regione Lazio ha deliberato un protocollo che prevede il ricovero obbligatorio per tre giorni, la preventiva individuazione di posti letto a ciò destinati ed ha rimandato a successivo provvedimento l’individuazione delle strutture ospedaliere abilitate, bloccando di fatto la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico e costringendo le donne a sottoporsi ad un intervento chirurgico: strano modo di stare dalla parte delle donne e di tutelare (se non la loro libertà di autodeterminarsi) la loro salute, quando in molti paesi europei l’interruzione farmacologica di gravidanza si pratica da tanti anni in day hospital, e nonostante la l. 194 obblighi le Regioni all'utilizzo delle "tecniche più moderne e più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza".

Questo arretramento che registriamo sia sul terreno delle condizioni materiali che su quello culturale e, di conseguenza, giuridico interroga evidentemente le donne, le chiama ad una maggiore consapevolezza e ad una nuova stagione di protagonismo: sono le donne per prime che, doppiamente sfruttate da questo sistema, devono organizzarsi e lottare per abbatterlo, ma interroga parimenti la nostra organizzazione in quanto comunista, perché la storia ci insegna che un avanzamento sul terreno dei diritti delle donne è stato possibile solo quando c’è stato un avanzamento generale della lotta di classe. E interroga, in ultima analisi, le stesse modalità con cui la nostra organizzazione porta avanti la lotta per la liberazione della donna. Troppo spesso abbiamo slegato il conflitto di genere da quello di classe ed abbiamo trovato un nemico interno al partito, nei cui confronti  abbiamo invocato inutili e deleterie quote rosa che non solo offendono la nostra dignità e non risolvono il problema per cui sono poste, ma, quel che è ancor più preoccupante, esse rischiano di tradursi in un meccanismo di cooptazione maschilista nella misura in cui, per rispettare le percentuali previste, la formazione degli organi dirigenti prescinde dalle capacità e dall’impegno militante dei compagni e delle compagne. Dobbiamo rivendicare con forza un punto di vista di classe della questione femminile e sforzarci di superare una visione separatista che ci porta a delegare la lotta per la liberazione della donna ad una parte del partito. Questa lotta deve essere, al contrario, appannaggio di un’intera organizzazione che si definisce anticapitalista: che cos’altro è l’oppressione di genere se non uno degli strumenti di cui si serve il capitalismo per affermare il proprio dominio? Se non una parte di un sistema in cui tutto si implica e si tiene? Sta a noi uomini e donne di questa organizzazione individuare campagne concrete che sappiano raggiungere e coinvolgere quei milioni di donne lavoratrici, migranti, studentesse, precarie, la cui prospettiva di emancipazione passa necessariamente per la risoluzione dei loro problemi quotidiani, per il miglioramento concreto delle loro condizioni di vita. L’alternativa socialismo o barbarie è più attuale che mai e ci chiama alla lotta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA GRANDE NOTIZIA: DEFINITIVAMENTE LIBERI I COMPAGNI ANTIFASCISTI DI PISTOIA

Con grandissima gioia e soddisfazione comunichiamo che il Tribunale del Riesame di Firenze, riunitosi il 21 luglio, ha accolto in pieno i due appelli delle difesa e, oltre a dichiarare infondate le imputazioni e quindi illegittimi gli arresti e la detenzione già sofferta, ha revocato totalmente le pesanti misuri cautelari che ancora gravavano sui nostri cari e sugli altri imputati.

La fine di un incubo per tutti noi, familiari e amici dei quattro ragazzi livornesi, che finalmente, dopo quasi un anno, potranno tornare alla propria normale vita fatta di lavoro, studio, figli e impegno civile.

Con le ordinanze che rendono la Libertà a tutti gli accusati il Tribunale del Riesame di Firenze ha compiuto un passo indietro rispetto all’ipotesi di reato che la Cassazione aveva ritenuto infondata e non sostenuta dagli elementi raccolti nelle indagini. Libertà che fino a pochi mesi fa si è cercato di negare fino a presentare un appello – anch’esso respinto - contro la revoca degli arresti domiciliari.

Una vittoria schiacciante e significativa, che assume ancora più valore perché sentenziata dallo stesso Presidente di Collegio che in prima battuta aveva invece confermato le accuse e la detenzione.
Una vittoria netta e inequivocabile che, dopo un'estenuante battaglia tra la puntuale difesa legale e gli immotivati rimpalli tra giudici, riporta finalmente in vigore il sacro principio democratico inviolabile della presunzione di innocenza, dopo 10 lunghi mesi fatti di carcere, domiciliari, privazione delle libertà personali e impedimenti lavorativi.

Le vite di numerose persone incensurate sono state stravolte senza alcuna ragione, se non in virtù di un preoccupante accostamento tra pensiero politico e "pericolosità sociale".
Ringraziamo tutti coloro che sono stati al nostro fianco e tutte le forze politiche, associative e sindacali che hanno preso pubblicamente posizione chiedendo la definitiva liberazione dei nostri cari.
Un sostegno naturale e ovvio, ma che non dimenticheremo, per chi ha avuto modo di esaminare la distanza tra la realtà dei fatti e la vicenda giudiziaria.


In merito alla notizia – da prima ufficiosa- invece apparsa oggi sulla stampa proprio all’indomani delle ordinanze di liberazione siamo costretti a ribadire che i nostri ragazzi hanno atteso nell’assoluto rispetto delle regole e delle procedure il corso della giustizia senza certo ricorrere a nessun tipo di pressione.
Lo hanno fatto in tutto questo lungo periodo in cui la loro libertà è stata negata e lo faranno ancor più serenamente da oggi.


In attesa quindi della prossima udienza del 17 settembre, durante la quale saranno introdotti nuovi elementi della difesa che smonteranno definitivamente gli "indizi" di colpevolezza e che dimostreranno palesemente l'estraneità ai fatti degli imputati, ci auguriamo che la Magistratura di Pistoia sia in grado di rivalutare serenamente con una nuova impostazione e che quindi possa essere possibile esprimere soddisfazione per una decisione che rispetta la libertà personale come principio fondamentale garantito dalla Costituzione.




Comitato Parenti e Amici degli Accusati per i Fatti di Pistoia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Eutelia. «Il governo non può restare in silenzio»

Questi arresti per noi sono una soddisfazione sul piano etico: significa che quello che abbiamo sempre detto è stato riconosciuto». Gloria, 53 anni, è una delle lavoratrici Agile ex Eutelia che da un mese è in presidio permanente davanti a Montecitorio. Per una volta ha ricevuto una buona notizia. «Non sono spinta da spirito di vendetta, ma sapere che hai ragione consola. Forse questa gioia qui non traspare, siamo stanchi, abbiamo occupato l'azienda, e adesso siamo tutto i giorni qui in piazza, nella testa girano sempre i soliti pensieri...
Quale era la tua mansione?
Fino al 2007 facevo controllo di gestione, quando ci hanno comprato i Landi, per 4 mesi non si capiva che cosa dovessi fare: dovevo continuamente timbrare il cartellino e sottostare a continue disposizioni. Ho deciso di reinventarmi e sono diventata tecnico informatico. Ho lavorato per il ministero del lavoro e Bnl. Lo scorso giugno siamo diventati Agile e a luglio sono spariti gli stipendi. A marzo ci hanno pagato agosto, settembre e ottobre. Da febbraio, insieme ad altri 1029 lavoratori su 1800, sono in cassa integrazione. Prima prendevo 1900 euro al mese, dopo 32 anni di lavoro. Ora prendo 900 euro al mese e mi hanno pagato solo due mesi.
Per questo non volevate la cassa integrazione?
Certo, ma anche perché vogliamo lavorare. Non possiamo arrenderci alla logica di questo sistema che ci induce a starcene a casa con la cassa integrazione. È un male anche per il paese. Noi siamo vittime di imprenditori senza scrupoli che privatizzano profitti e socializzano perdite. Non erano in regola né per partecipare a gare d'appalto né per venire pagati dai clienti. Lavoravamo per i ministeri, per le poste, per le banche, adesso abbiamo perso commesse importanti. Ci sono rimasti solo il progetto Schengen per il ministero degli interni e Banca d'Italia, i vertici aziendali sono stato arrestati, e l'azienda è commissariata. A questo punto il governo deve intervenire. Per questo siamo in presidio davanti alla Camera. Ci autofinanziamo con magliette e spillette, il camper costa 80 euro al giorno.
Lo Stato è anche uno dei vostri principali clienti, come ha potuto non accorgersi di quello che vi accadeva?
Il governo non si è accorto di quello che avveniva nonostante le nostre denunce e nonostante avesse rapporti di lavoro con questa azienda. A maggior ragione, a questo punto ha un doppio dovere: quello di attuare l'articolo primo e terzo della Costituzione per permetterci di lavorare, e quello di fare un atto di responsabilità e trovare un soluzione anche agendo in prima persona procurandoci commesse. Ma prima di tutto devono sedersi a un tavolo con noi e con altri imprenditori. Il governo deve e può risolvere questa vicenda. Noi siamo disposti a trattare su tutto, a rimetterci in gioco, ma non possiamo accettare il silenzio. Gianni Letta ci aveva promesso di intervenire e non lo ha fatto. E in Italia dopo Scajola manca addirittura il ministro che si dovrebbe occupare di queste situazioni.
Che cosa prevedi?
Come ha detto Saviano l'altro giorno in piazza Navona, bisogna avere un sogno. Il mio è quello di continuare a lavorare e soprattutto che possano lavorare colleghi più giovani di me. Stare a Montecitorio ci permette di vedere uno spaccato del paese al contempo spaventoso e incoraggiante, l'altro giorno c'erano i disabili, poi i terremotati. Le situazioni difficili sono tante, ma sono anche tanti quelli che non sono più disposti ad accettare di starsene a casa, zitti. Per quanto riguarda noi, quello che non può più stare zitto è il governo.

 

Ultimo aggiornamento Domenica 25 Luglio 2010 13:21
 
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