di Alessia Candito, su www.ildispaccio.it - Vestito scuro dal taglio pregiato, un'abbronzatura improbabile ai primi di maggio, cellulari ultimo modello che guarda in continuazione, ma senza nervosismo, in attesa di essere chiamato. Quando questa mattina, attorno alle undici, il sedicente avvocato Bruno Mafrici - attualmente sotto indagine a Reggio e a Milano nell'ambito dell'inchiesta che ha messo a soqquadro la Lega Nord - si è presentato al sesto piano del Cedir, sembrava ostentare tranquillità. Convocato come persona informata sui fatti dai magistrati della Dda che indagano sull'omicidio del noto assicuratore Giovanni Filianoti - ucciso da mani ancora ignote in un agguato il 1 febbraio 2008 - Mafrici sembrava un uomo che non ha nulla da temere. Ben diverso dall'uomo scuro in viso, quasi provato, che cinque ore dopo si è allontanato rapidamente lungo i corridoi della Procura, limitandosi a trincerarsi dietro un cortese, ma irremovibile no comment. "Sono vincolato al segreto istruttorio, ma i motivi per cui sono stato convocato oggi dalla Procura antimafia di Reggio Calabria non sono riconducibili alle vicende giudiziarie riguardanti la Lega, né alle attività dello studio Mgim", ha detto lasciandosi alle spalle velocemente la stanza del pm Antonio De Bernardo, che, insieme al collega Giuseppe Lombardo, ha condotto l'interrogatorio fiume, andato avanti praticamente senza pause fino a pomeriggio inoltrato. Cinque ore durante le quali i magistrati reggini hanno preteso da Mafrici maggiore chiarezza su tutta una serie di affari - e soprattutto sul contesto in cui tali affari sono stati trattati - che in passato avrebbero coinvolto il noto assicuratore reggino della Ina Assitalia, Giovanni Filianoti. Affari che stranamente si incrociano con le attività - formali e informali- dello studio milanese M.G.I.M – già assurto agli onori delle cronache per essere al centro dell'inchiesta che ha messo in crisi Lega Nord - di proprietà dell'ex Nar Lino Guaglianone e di cui Mafrici è uno dei principali soci.
Affari che già in precedenti interrogatori – sostenuti a Milano, di fronte al pm Lombardo – Mafrici ha dimostrato di conoscere fin troppo bene. Del resto, nonostante si sia diviso per anni tra le stanze milanesi dell'ormai celebre studio e quelle romane del Ministero della Semplificazione, dove l'ex tesoriere leghista Francesco Belsito l'aveva chiamato come consulente, il sedicente avvocato Bruno Mafrici sarebbe rimasto stranamente in contatto con l'imprenditoria che contava e conta a Reggio Calabria. Dall'azienda Mucciola, alle attività degli imprenditori Montesano e Matacena, dalla Siram – azienda campione di appalti a Palazzo Alemanni, agli ospedali Riuniti, alla Provincia di Reggio Calabria e all'università Mediterranea- fino ai big del mattone a Reggio città e a quelli che hanno trattato gli affari più caldi, come la cessione delle quote della Multiservizi, Mafrici conosce tutti, è in contatto con tutti, ha lavorato più o meno informalmente per conto di quasi tutti. Il discusso professionista sa come, dove e chi fa girare i soldi a Reggio Calabria e Giovanni Filianoti – prima di essere freddato sotto casa in una notte di quattro anni fa – faceva parte del giro. Per gli inquirenti, era un broker capace di gestire affari di milioni di euro, con interessi pesanti nel mattone, il settore che forse a Reggio città fa girare più denaro. L'assicuratore era infatti il presidente del Consiglio d'Amministrazione dell'Immobiliare Otto, società proprietaria e locatrice di immobili di pregio e profumatamente pagati, ma con un board gestito da soci importanti e chiacchierati, come l'ingegnere Pietro Ziino e Antonino Siclari, il figlio di Pietro Siclari, imprenditore attualmente in carcere perché ritenuto vicino alle cosche. Nella Gi.Mi. invece, Filianoti si accompagnava a Michelangelo Tibaldi, ingegnere e imprenditore, socio privato della Multiservizi. Tutti personaggi con cui Mafrici ha ammesso di essere stato in contatto o in affari, più o meno direttamente. Erano quasi tutti presenti – c'era Ziino, c'era Tibaldi, – alla riunione nello studio di quest'ultimo in cui si discuteva la strategia per acquisire le quote private della Multiservizi all'epoca in mano alla Fiat. E i due per Mafrici non erano semplicemente degli sconosciuti clienti. Il controverso professionista era perfettamente a conoscenza dei loro rapporti con l'assicuratore ucciso quattro anni fa, tanto da sentire il bisogno di specificare – nel corso dell'ultimo interrogatorio da indagato di fronte al pm Lombardo a Milano –"Sono a conoscenza che Giovanni Filianoti, ucciso qualche anno fa, era socio del Tibaldi e dell'ingegnere Ziino nella realizzazione di un palazzetto nella zona di Pentimele: il Filianoti era socio dell'Immobiliare Otto, unitamente allo Ziino e al Cozzupoli".
Immobiliaristi come Pietro Siclari, imprenditori edili come Pietro Cozzupoli, personaggi spregiudicati come Michelangelo Tibaldi.
E' probabilmente in questo coacervo di interessi che gli inquirenti reggini stanno cercando il bandolo per dipanare la matassa che da quattro anni avviluppa l'omicidio Filianoti. Una pista che gli inquirenti da tempo stavano seguendo, ma che adesso potrebbe essere esplorata a pieno, anche ascoltando dalla viva voce dei personaggi - in maggiore o minore misura – in relazione con la fitta rete che da Reggio Calabria sembra avere una curiosa eco a Milano, la propria versione dei fatti. Proprio per questo motivo la settimana scorsa al sesto piano del Cedir i pm Lombardo e De Bernardo hanno ascoltato come persona informata sui fatti il segretario-questore del Consiglio Regionale Giovanni Nucera. E la sua potrebbe non essere l'ultima convocazione di volti e nomi noti della politica e dell'imprenditoria reggina, stranamente ricorrenti nelle storie che dai salotti della Reggio bene si dipanano fino ad ancora oscuri terminali milanesi. Intrecci su cui gli inquirenti hanno tutta l'intenzione di far luce.
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Vecchia questione da risolvere una volta per tutte. Un tizio cade in un fosso. Si ride, e questo è umorismo. Oppure. Il tizio che cade nel fosso è una specie di guru, o santone, o dittatore che ha sempre negato l’esistenza dei fossi e ha trattato come coglioni chi ci credeva. Si ride di più, e questa è satira. Ecco. Tutta la recente e recentissima letteratura (cioè i giornali) sulla Lega presa con le mani nel sacco riguarda questo: il bastonatore bastonato, il moralista immorale, il puritano con le braghe calate. Insomma, quelli di «Roma ladrona» che fanno i ladroni anche loro. Ai piani alti. Di più: a casa del capo supremo, e non è un modo di dire. Home sweet home.
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Davide Boni, attuale Presidente del Consiglio regionale della Lombardia (Lega Nord), è indagato per corruzione in merito a un giro di tangenti di oltre un milione di euro tra il 2008 e il 2010 e il quotidiano leghista La Padania "dimentica" di darne notizia sulla prima pagina di oggi.
All'epoca dei fatti era l'Assessore regionale lombardo più ricco: dichiarava 217.000 come reddito 2009. Boni fa parte della corrente leghista dei duri e puri facente capo a Borghezio.
I soldi sarebbero stati versati in contanti nell'ambito di una decina di accordi corruttivi, a Boni e al capo della sua segreteria Dario Ghezzi e a loro consegnati anche negli uffici della Regione. L'ipotesi degli inquirenti è che parte di quelle mazzette sia andata anche nell'interesse della Lega Nord.
Boni, che in un recentissimo post sul suo blog personale si scaglia contro chi al sud non paga le tasse, si dichiara estraneo ai fatti: "In relazione ai fatti oggetto di contestazione, anticipo fin da ora la mia totale estraneità e confermo la mia piena disponibilità a chiarire la mia posizione".
Bossi si rifugia nel club delle toghe politicizzate: "Vogliono distruggerci. Usano tutti i mezzi, ma non ci riusciranno. Anzi, la Lega prenderà ancora più voti. Chissenefrega dei giudici".
In molti però, specie dalla base leghista, gli consigliano di farsi da parte. Persino il capogruppo della Lega Nord, Stefano Galli (suo "nemico politico"), considera le dimissioni opportune. "Io non faccio il magistrato, ma visto come sono andate le cose con i suoi predecessori...".
I predecessori di cui parla Galli sono, in ordine di indagini: il vicepresidente Filippo Penati (ex sindaco di Sesto San Giovanni, ex presidente della Provincia di Milano ed ex capo segreteria politica del leader Pd Pier Luigi Bersani); l'altro vicepresidente Franco Nicoli Cristiani (Pdl) (ex assessore all'Ambiente e al Commercio), arrestato a novembre e rilasciato a fine febbraio per tangenti; Massimo Ponzoni (Pdl) (ex assessore all'Ambiente e alla Protezione civile), finito in carcere per una inchiesta della Procura di Monza sul fallimento della società Pellicano e dimessosi da segretario. Davide Boni è il quarto indagato dei cinque eletti nell' ufficio di presidenza nel maggio 2010.
Boni, famoso per aver imposto la giacca ai consiglieri regionali e per non aver partecipato alla commemorazione in aula per la morte di Oscar Luigi Scalfaro, è un milanista appassionato e un forte utilizzatore di internet e dei social network. Su Facebook, dove è seguito da oltre 6.000 persone, gli sono arrivati centinaia di messaggi di solidarietà, molti con scritto "mai mulà tegn dur". Lui era stato più duro nei confronti di due assessori bresciani arrestati per corruzione lo scorso aprile. "Nella Lega reati di questo genere non sono ipotizzabili. È automatico che chi viene accusato di corruzione deve prima di tutto togliere dall'imbarazzo il Movimento e poi, se ha sbagliato, deve pagare",
Infine, dopo l'ufficializzazione delle accuse a carico del Presidente, Roberto Saviano ha approfittato per levarsi un sassolino dalla scarpa, su twitter: "Per Davide Boni (Lega Nord) non meritavo la cittadinanza milanese. Oggi è indagato per corruzione". Lo scrittore e giornalista fa riferimento alle polemiche legate alla cittadinanza onoraria conferitagli nel capoluogo meneghino proprio nel giorno in cui l'esponente del Carroccio è stato indagato per corruzione.
(Da "http://politica.excite.it")
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Napoli, 21 mar 2010 – “Che la Lega si comporti come un servo dei padroni lo si è già visto e rivisto in numerose occasioni.
Quanto il Carroccio sia dalla parte dei lavoratori lo si può constatare dalla quantità di suicidi che ci sono nelle province venete da sempre amministrate da loro”.
Così il portavoce nazionale della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero, risponde alla parole di Calderoli, che oggi ha sostenuto da Prato che la Lega è dalla parte dei lavoratori.
“Quanto la Lega sia serva dei padroni si è visto quando ha votato al legge 30 che ha precarizzato il lavoro, due settimane fa quando ha di nuovo approvato il collegato sul lavoro che nei fatti abolisce l’articolo 18 e infine con lo scudo fiscale per i ricchi, gli evasori e tutti quelli che, a differenza dei lavoratori, non pagano le tasse – afferma Ferrero –
Ciò facendo si permette anche di insultare e sbeffeggiare i lavoratori raccontando la panzana che si sta dalla loro parte”.
“Posso capire che Calderoli si comporti da servo dei padroni e lo nasconda, ma quando dice che la sinistra non si occupa di lavoro – conclude Ferrero – cerca semplicemente di applicare il detto di Goebbels: Mentite, mentite, mentite e qualcosa resterà.
Menzogne i cui effetti vengono subiti ogni giorno di più dalle classi lavoratrici sulla loro pelle e alle quali è il momento che la coscienza di sinistra si rivolti”.