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Home Anti... Antileghismo Povero Barbarossa: ma ci fa o ci è?
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25
Ott
Scritto da Administrator

Il Barbarossa di Renzo Martinelli pone ai critici cinematografici un serio problema. Una quaestio dirimente. Ovvero: trattasi di un film o di una parodia? Non è una polemica sinistrorsa, il quesito è reale.
Iniziamo dall'inizio. Siamo nelle terre del Nord (in realtà, la Romania, dove il film è stato interamente girato), dominate dall'imperatore tedesco Federico I Hohenstaufen, anno 1150 circa. Il signore di tutti i settentrioni è convinto che, entrando in possesso di Milano, la città fortezza già capitale del Regno Romano d'Occidente, potrà arrivare fino in Sicilia e diventare il nuovo "imperator mundi", come fu a suo tempo Carlo Magno. Suoi alleati, i signori di Lodi e Pavia, oltre a un pugno di milanesi traditori capitanati dal nobilotto Siniscalco Barozzi. Il resto del popolo del nord d'Italia è contro l'invasore tedesco, in particolare la famiglia puro-sangue milanese dei Da Giussano, formata dai fratelli Giovanni, Rainero e Alberto, il minore ma il più sveglio dei tre.
Federico detto il Barbarossa sarebbe anche uomo giusto, di suo, ma è assai mal consigliato dal suo secondo, Rainaldo di Dassel e spinto alla gloria dalla moglie-bambina Beatrice di Borgogna. Invitato a frenare gli impeti guerreschi anche dalla veggente Ildegarda, Federico alla fine cede e nel 1162 dichiara guerra a Milano, pronta a resistere fino alla morte. Alberto nel frattempo è cresciuto, è diventato il capo-rivolta cotro l'imperatore tedesco e si è innamorato di Eleonora, giovane fulminata (nel senso vero, un fulmine l'ha colpita da bambina) ma sopravvissuta e quindi dichiarata pubblicamente "strega". Alberto, dicevamo, guida la resistenza di Milano, ma il risultato è comunque misero: i tedeschi gli ammazzano i fratelli, gli accecano il padre e radono al suolo la città. Ritiratosi nei boschi, ivi il giovane da Giussano cova la sua vendetta che arriverà, implacabile, qualche tempo dopo quando l'esercito di Federico dovrà fare i conti con l'Esercito della morte (guidato dal prode Alberto) nella pianura di Legnano, che in men che non si dica si trasforma in un mare di sangue e membra mozzate.
Nessuno aveva mai raccontato questa storia, dichiara Martinelli per spiegare la scelta fatta, e un motivo ci sarà stato, sarebbe da rispondergli. I soldi, (circa 30 milioni di euro, in gran parte sborsati dalla Rai) il regista italiano li ha avuti, e si vedono tutti in quella specie di scenografia in carton gesso della porta principale di Milano con tanto di tre torri, nella ventina di cappelletti di ferro con velina in maglia d'acciaio dei soldati, nei venti cavalli neri che corrono a perdifiato a destra e manca, nei vestiti simil-Armani delle pulzelle bionde (ogni omaccio protagonista c'ha la sua) e nei cachet del cast internazionale, che a dire il vero non fa troppi sforzi per guadagnarseli. Rutger Hauer (l'imperatore Federico), quando deve fare la faccia del cattivo sembra preda della dolce euchessina, Raz Degan (Alberto da Giussano) ha studiato la parte sulle figurine di Mel Gibson, il povero Murray Abraham (già sfigato con quel nome: Siniscalco Barozzi) ha preso la stessa purga di Hauer, ma in dose doppia. Le donne fanno solo le faccette (non viene loro richiesto altro) e quindi non valgono. Il resto, sono 12 mila comparse, tutte rumene. A parte Bossi che si è offerto gratis per una particina, ma che non siamo riuscite ad individuare.
Quello che gli attori non poterono, lo fanno qualche dolly con zoomata (stile Signore degli anelli ) e le musiche rincoglionenti di Pivio & Aldo De Scalzi. La sceneggiatura è scritta da una Ong che combatte l'analfabetismo nelle langhe («adesso occupo MIlano, perché sono cattivo»).
Come si fa a fare la recensione di un film così? Noi ci rinunciamo. Sinceramente, non siamo all'altezza.

 

Roberta Ronconi

 

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