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Internazionalismo
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04
Gen

Scritto da Administrator   
Di Massimo Congiu, su il manifesto
Decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza di fronte al palazzo dell’Opera di Budapest per protestare contro la nuova Costituzione ungherese, preoccupantemente totalitaria, populista e nazionalista, mentre all’interno dell’edificio il governo festeggiava la sua realizzazione. L’iniziativa, lanciata da varie organizzazioni della società civile e appoggiata da oltre quaranta gruppi e formazioni politiche tra le quali il Partito socialista (Mszp), Lehet más a Politika (Un’altra politica è possibile), Zöld Baloldal (Sinistra verde) e Attac Ungheria, è l’ultima di una serie di dimostrazioni di dissenso civile che si sono susseguite nel corso del 2011 contro la politica seguita dall’esecutivo guidato dal conservatore Viktor Orbán e le sue disposizioni. Così l’anno scorso la piazza antistante il Parlamento è stata il centro di una serie di proteste contro la legge sulla stampa che ha portato alla nascita di un organo centrale deputato al controllo delle informazioni diffuse all’interno del paese. Con il governo che accusava i dimostranti, allarmati per il futuro della democrazia nello Stato danubiano, di nutrire sentimenti antiungheresi, additandoli a un’opinione pubblica in genere apatica con argomentazioni patetiche sul senso di attaccamento alla patria. Add a comment
 
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30
Dic

Scritto da Administrator   
Trentacinque corpi avvolti in coperte di lana, disposti uno accanto all’altro su un sentiero di montagna bianco di neve. Sono le ultime vittime della guerra della Turchia contro i kurdi. Una guerra dimenticata dall’occidente, troppo interessato a dipingere la Turchia come «modello».
Mercoledì notte F-16 dell’aviazione turca e droni senza pilota (l’ultimo acquisto delle forze armate di Ankara) hanno bombardato i dintorni di un villaggio chiamato Roboski (Ortasu in turco) al confine con l’Iraq. Raccontano i testimoni di aver sentito un odore acre di bruciato, di carne bruciata. Gli abitanti di Roboski sono accorsi subito sul luogo, nonostante la neve. Sicuri di quello che avrebbero trovato. Di fronte a loro i corpi mutilati di decine di giovani e uomini, animali sventrati. Racconta al telefono un giornalista kurdo dell’agenzia Diha di aver sentito un urlo squarciare il silenzio tetro di quella visione: una mamma disperata in cerca dei suoi due figli. Morti entrambi in quel bombardamento. Quel giornalista è uno dei pochi scampati al carcere nell’ultima offensiva delle autorità turche che hanno, in 24 ore, arrestato 49 giornalisti kurdi e di sinistra. Scomodi testimoni della guerra sporca condotta contro i kurdi sia con le armi che con il carcere e la repressione. Scomodi testimoni anche di quest’ultimo massacro.
Le foto dei corpi avvolti nelle coperte delle vittime di Roboski stanno facendo – lentamente – il giro del mondo. E intanto si cominciano a conoscere le biografie di questi uomini che le forze armate turche hanno «scambiato per terroristi».
Zahide Encu è la madre di Aslan, 12 anni, ucciso nei bombardamenti di mercoledì notte. «Il mio figlio maggiore – racconta – è rimasto ferito camminando su una mina. Ha perso una gamba. Aslan comprava e vendeva cose di contrabbando al confine anche per racimolare i soldi per una protesi per suo fratello. Me l’hanno ammazzato», grida, la voce si perde in un lamento che fa venire i brividi. Aslan era andato a comprare al mercato nero della frontiera due taniche di benzina per rivenderle. «Il contrabbando – dice Halit Encu, parente di Aslan – è l’unica fonte di guadagno che abbiamo». Il contrabbando, la frontiera. Storie che si incrociano, storie di miseria, guerra, fame. Le abbiamo viste al cinema, nel film pluripremiato del regista iraniano Bahman Ghobadi. Il tempo dei cavalli ubriachi. Raccontava queste storie il regista kurdo di Adana Yilmaz Guney, negli anni ’60. Non è cambiato molto alla frontiera kurda. La gente cerca di sopravvivere ma ha un nuovo nemico, la guerra. Una guerra voluta da Ankara che non accetta di riconoscere non solo l’esistenza del popolo kurdo, ma nemmeno le sue sofferenze. Il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) ha negli anni proposto, attraverso cessate il fuoco unilaterali, alternative al conflitto. Ma ha incontrato solo silenzio e porte chiuse. Lo stesso vale per il Bdp (Partito della pace e della democrazia) che ha eletto 36 deputati al parlamento turco lo scorso 12 giugno. Un deputato (Hatip Dicle) è stato privato del suo mandato e si trova in carcere come altri cinque parlamentari in carica ma dietro le sbarre. L’offensiva del governo dell’Akp (che significa, ironia della sorte, partito della giustizia e sviluppo) guidato da Recep Tayyip Erdogan (uomo con il mito di se stesso, non a caso grande amico del nostrano Silvio Berlusconi) ha raggiunto livelli molto alti in questi ultimi mesi. In carcere sono finiti migliaia di kurdi e oppositori di sinistra: amministratori locali, intellettuali, studenti, sindacalisti, donne, avvocati, giornalisti. Tutti rei, secondo il teorema Erdogan, di essere membri o sostenitori del Pkk.
Risulta difficile capire se il premier turco abbia in mente di eliminare (sbattendoli in galera o uccidendoli) i 20 milioni di kurdi che vivono in Turchia. Le ultime operazioni militari e di polizia inducono a pensare che qualcosa sia sfuggito di mano a Erdogan. Oppure, grazie al colpevole silenzio dell’occidente, davvero Ankara pensa di risolvere così la questione kurda. Cosa evidentemente impossibile. Ma è chiaro che, consapevole di questo, Erdogan ha intenzione di indebolire più che può l’opposizione kurda e di sinistra. Che qualcosa stia sfuggendo di mano al premier lo dimostrano le schizofreniche dichiarazioni dei suoi ministri. Per un vice premier (Bulent Arinç) che annuncia un nuovo pacchetto di «riforme» che prevede tra l’altro di depenalizzare (sì perché adesso è reato e si finisce in galera per apologia di terrorismo) l’uso del titolo «signor» per parlare del leader del Pkk Abdullah Ocalan, ecco il ministro degli interni Idris Naim Sahin dichiarare che «il terrorismo il Pkk lo fa anche con pennelli, penne, fotografie, musica, arte e cultura». Dichiarazioni che si fermano sulla soglia del dichiarare che il Bdp è parte del Pkk. Così come parte del Pkk sarebbero gli elettori del Bdp e per estensione i kurdi, compresi i 35 civili uccisi mercoledì notte.

Irene Camuffo - il manifesto

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29
Dic

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Di Alessio Marri
Il 20 dicembre l’Argentina ha ricordato i dieci anni dallo spaventoso collasso che nel 2001 rischiò di portare il paese all’implosione. Da allora si è ripresa, con i due mandati a partire dal 2003 dei coniugi Néstor e Cristina Kirchner (appena rieletta per la seconda volta), peronisti di centro-sinistra. Da anni registra tassi di crescita formidabili (più del 7% l’anno scorso), anche se i problemi e le ombre non mancano. Oggi, «l’Argentina è di nuovo in piedi ma grazie alla reazione popolare – dice Ramiro, metalmeccanico -, il 2001 ha segnato l’inizio di un percorso di democrazia diretta, autogestione e assemblearismo che ha dominato l’instabilità economica e sociale instauratasi con la crisi. Le fábricas recuperadas sono l’emblema di questa rinascita».
Se l’angoscia e la disperazione dettate dalla catastrofica crisi del 2001 ha trovato la sua raffigurazione nell’immagine dei cartoneros, bambini e adolescenti costretti a procacciarsi carta e materiali riciclabili tra la spazzatura per sopravvivere, una scossa profonda come un riflesso condizionato promosso dalle fondamenta della società civile ha dato vita ad un fenomeno che per dimensioni e peculiarità non trova corrispondenze: le fabbriche e le imprese autogestite. Occupate dagli stessi dipendenti dopo il fallimento, preservate dallo smantellamento e rimesse in funzione con risultati sorprendenti. Add a comment
 
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21
Dic

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di Manlio Dinucci, su "il manifesto"
Le nostre truppe sono uscite dall’Iraq «a testa alta», ha annunciato il comandante in capo Barack Obama. Gli Usa hanno di che essere fieri. Lasciano un paese invaso nel 2003 con la motivazione che possedeva armi di distruzione di massa, rivelatasi infondata. Messo a ferro e fuoco da oltre un milione e mezzo di soldati, che il Pentagono vi ha dislocato a rotazione insieme a centinaia di migliaia di contractor militari, usando ogni mezzo per schiacciare la resistenza: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib. Provocando circa un milione di vittime civili, aggiuntesi a quelle della prima guerra contro l’Iraq e dell’embargo. Costringendo oltre 2 milioni di iracheni ad abbandonare le proprie case e altrettanti a rifugiarsi in Siria e Giordania. Lasciando un paese disastrato, con una disoccupazione a oltre il 50%, la metà dei medici che aveva prima dell’invasione, un terzo dei bambini affetti da malnutrizione, cui si aggiungono quelli con malformazioni genetiche dovute alle armi del Pentagono.
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