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Home Internazionalismo Internazionalismo Cara Palestina, ce la puoi fare!
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27
Set
Scritto da Administrator
Di Marco Sferini
Qualcosa si muove all’orizzonte del prossimo futuro della Palestina: ho aspettato alcuni giorni prima di scrivere questo commento perché volevo vedere l’effetto del discorso di Abu Mazen e della consegna ufficiale alle Nazioni Unite della richiesta di riconoscimento dello Stato del popolo di Arafat. Temevo che la mossa fosse francamente azzardata e che fosse l’ultima carta spendibile per la direzione della proclamazione della Repubblica di Palestina. E, una volta che metti in gioco l’ultima speranza, sacrifichi appunto l’ “ultima dea” e poi non ti resta che l’ignoto.
Invece mi sembra che si possano fare alcune considerazioni del tutto positive sulla mossa di Abbas all’ONU: la prima è quello che potremmo chiamare il “fatto compiuto”. Dopo la richiesta di riconoscimento dello stato palestinese, nessuno può sottrarsi alla risposta: tutti gli stati che hanno un seggio al palazzo di vetro dovranno fare i conti con un’espressione di voto e quindi con un pronunciamento diretto e non attraverso le loro cancellerie che rilasciano dichiarazioni più o meno velate e libere di interpretazione.
Insomma, il tuo sì sia un sì e il tuo no sia un no. Anche Israele è rimasto spiazzato e ha cercato il dialogo con la delegazione di Abu Mazen. Ma quel “tornare ai negoziati” suona tanto come l’ennesimo reinvio sine die che Tel Aviv vuole usare per riorganizzare un consenso che vacilla: l’abbandono delle relazioni con la Turchia ha complicato la geopolitica dell’area mediorientale e ha fatto apparire lo stato ebraico come l’intransigenza fatta sistema, incapace di venire a patti per partito preso e non per complicanze di natura interna. Israele non riconoscerebbe mai l’indipendenza della Palestina se la decisione spettasse unilateralmente al suo governo. La speranza sta nella comunità internazionale.
Comunità che delude se ci si riferisce alle minacce di veto del presidente Obama (superabile comunque dalla richiesta di messa in votazione del documento di riconoscimento del seggio all’ONU per la Palestina); comunità che lascia interdetti se si pensa all’Europa, questa sì priva di una politica estera unitaria su molte tematiche e, tra queste, sul dramma di Cisgiordania e Gaza.
Dunque, il primo punto Abu Mazen lo ha guadagnato con il consenso riscontrato nella platea del palazzo di vetro e tra la sua gente anche: i palestinesi, che avevano perso fiducia nell’Autorità nazionale corrotta dal potere, oggi la ritrovano in quest’uomo che all’inizio del suo mandato sembrava non riuscire ad ereditare il ruolo che fu di Yasser Arafat e che, sia detto del tutto onestamente, per chiunque sarebbe stato un ruolo importante, addirittura impossibile da riconsiderare nella figura di un secondo padre della patria come lo fu il vecchio leone morto in circostanze ancora oscure e da chiarire.
Abu Mazen riconquista, pertanto, la sua gente e, secondo punto a favore della strada per l’indipendenza, mette finalmente in crisi Hamas che, con la sua suicida politica di replica di morte ad Israele, rispondente alla totalizzante espressione di annientamento dello stato ebraico (tale e quale quella che fino a poco tempo fa era contenuta nella prosopopea di molti leader israeliani), aveva creato una dicotomia tra la popolazione sempre più moribonda nella prigione di Gaza e la sua aspirazione alla libertà.
Hamas si ferma qui in quanto a responsabilità: Israele ha risposto con una ferocia inaudita alle provocazioni o anche ai tentativi di difesa del movimento religioso integralista eletto comunque democraticamente e quindi in pieno diritto di governare Gaza.
Israele è prigioniero di sé stesso, di una perversa logica che vede nell’annientamento la risoluzione delle sue problematiche con i palestinesi. Una cecità politica che diventa un macigno sulla strada della pace e che in questi anni si è alimentato attraverso la politica di violazione di tutte le risoluzioni dell’ONU, costruendo colonie su colonie nei territori palestinesi della West Bank; privando i palestinesi dei loro più elementari diritti e costringendoli ad una sudditanza psicologica che è la vergogna massima, dopo le stragi operate dalle armi del terzo esercito del mondo, che si porta dietro ogni vessillo che porta la Stella di Davide.
Di ritorno dalla carovana dell’acqua, che nelle scorse settimane ha visitato la Palestina occupata, un amico mi diceva che ovviamente ai coloni tutto è permesso e ai palestinesi nulla. Nemmeno avere, appunto, l’accesso all’acqua. Ossia, alla vita. Se i palestinesi scavano un pozzo troppo profondo, gli israeliani lo distruggono in men che non si dica. Tutto è controllato da Tel Aviv e nulla è permesso se non è concesso dal padrone-occupante.
La società israeliana si è accorta che i suoi governi non sono in grado, come del resto molti altri governi nel mondo, di gestire la crisi economica mondiale. Ed Israele, che tra i paesi del Medio Oriente è quello decisamente più “occidentale”, sta soffrendo i contraccolpi del nuovo pauperismo che domina il pianeta e che mette in ginocchio persino l’amico gigante americano. Ed ecco, quindi, le tende degli indignati che si ribellano e che sfidano finalmente un governo teocrate che invece di ricercare la pace, nella memoria delle atrocità che subirono i propri progenitori sotto la tirannide nazista, la offende nel continuare una occupazione che è arrivata al capolinea e che deve finire.
Solo con la pace e con due stati e due popoli, i governi potranno occuparsi anche della crisi, invece di pensare a distruggere i pozzi troppo profondi che i palestinesi scavano per arrivare ad una goccia d’acqua, ad una fonte di vita e di speranza.
E, se anche fosse respinta la richiesta di Abu Mazen all’ONU, ormai molte cose risulterebbero cambiate: dal depotenziamento elettorale di Hamas sino alla rimessa nel campo interanzionale della questione palestinese. Che così va affrontata, senza i deliri di Ahjmadinejad sull’olocausto e senza le prepotenze di Israele espresse per bocca del virulento nazionalismo di Avigdor Lieberman.
 

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