Di Francesca Marretta, su "Liberazione"Almeno 33 morti oggi in Piazza Tahrir al Cairo. Sommati a quelli delle ultime 48 ore fanno più di quaranta, cui vanno aggiunti quasi cinquecento feriti. Due persone sono state uccise anche ad Alessandria. Le vittime sono state colpite in stragrande maggioranza da colpi di arma da fuoco. Non stiamo rievocando i giorni della “rivoluzione” che ha portato alla caduta di Hosni Mubarak, quando su quella stessa piazza simbolo della primavera araba giovani disarmati hanno sacrificato la vita per un paese migliore, per un Egitto democratico. I morti di oggi a Tahrir sono stati ammazzati da chi si era fatto garante della transizione, delle riforme, di un processo elettorale per la prima volta credibile, in grado di dare al paese una nuova leadership. Responsabile della strage di oggi al Cairo è la giunta militare al potere di cui la piazza chiede a gran voce le dimissioni, pur andando incontro a una repressione sanguinaria. Proprio come nei giorni delle rivolte anti-Mubarak. Del resto a capo di quella giunta c’è l’ex ministro della Difesa del vecchi Raìs, il Maresciallo Tantawi, figura chiave di un regime che si ripropone sotto nuove forme, come un ectoplasma.
I medici che si trovano in piazza al Cairo hanno lanciato appelli per donare sangue, «più importante dei medicinali in questo momento», mentre dall’obitorio fanno sapere che non ci sono abbastanza bare. Ecco un messaggio inviato via Twitter dalla piazza nelle scorse ore: «Tahrir ha bisogno di siringhe, anestetico, pillole di Voltaren, Betadine, Brufen, Cataflam da 50 mg, cotone, bende, guanti».
Come nei giorni che hanno preceduto la fine politica di Mubarak tanti egiziani si organizzano per portare in piazza cibo, coperte, caschi e maschere antigas.
Questa mattina almeno 39 manifestanti sono stati arrestati dalle forze di sicurezza al Cairo. I carri armati dell’esercito che nei giorni della “rivoluzione” avevano protetto il popolo della piazza dalla polizia e il fronte armato pro-regime, oggi sono schierati a difesa della zona dei ministeri. Il ministro della Cultura egiziano Emad Abu Ghazi si è dimesso in segno di dissenso con le azioni repressive del governo, mentre venticinque formazioni politiche chiedono le dimissioni del ministro dell’Interno e dell’Informazione per i fatti di sangue di queste ore.
Nella parte a sud-est di piazza Tahrir, sono state issate barricate, mentre l’appello per domani è tornare in piazza a milioni.
Oltre alle dimissioni della giunta militare, il popolo della rivolta chiede anche la «riforma del ministero dell’Interno, lo scioglimento della polizia antisommossa, garanzie per processare tutti coloro hanno le mani sporche di sangue di egiziani, processi contro coloro che sono dietro le aggressioni contro i civili compiute dal 25 gennaio fino alle stragi del 19, 20 e 21 novembre».
La giunta militare che regge il Cairo ha nelle scorse ore arrestato e poi rilasciato, dopo un tam-tam su Facebook e Twitter Bothaina Kamel, unica candidata donna a correre per le elezioni presidenziali del 28 novembre, che dato lo stato di caos che in queste ore si sta impadronendo del Cairo, rischiano di slittare. Se per la giunta militare egiziana chi manifesta oggi a Tahrir è «nemico dell’Egitto», Bothaina Kamel pensa che il nemico del popolo siano gli uomini in divisa oggi al potere. Il punto è che farli sloggiare potrebbe rivelarsi più arduo di quanto sia stato abbattere Mubarak. La sede dell’Assemblea nazionale per il cambiamento, partito dell’ex segretario generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) candidato alla Presidenza Mohammed el Baradei è in fiamme. Testimoni sul posto puntano il dito contro le forze di sicurezza.
Davanti a tutto questo, la numero uno della diplomazia europea, Ashton, non sa far meglio di esprimere «grande preoccupazione» e rivolgere appelli alla moderazione, ma senza «puntare l’indice in particolare contro nessuno».
Ripensando ai giorni della “rivoluzione” di inizio anno, tornano in mente le parole della proprietaria di un albergo del quartiere di Zamalek, che giorni dopo la caduta di Mubarak continuava a ricevere le visite degli uomini della sicurezza interna che le facevano il terzo grado sugli stranieri che bazzicavano per l’albergo, chi ricevevano, chi chiamavano. «L’Egitto resta uno stato di polizia» diceva la donna che alla rivoluzione non riusciva a credere. Aveva ragione. La carneficina nella piazza che ne è stata l’emblema lo dimostra.












