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Home Internazionalismo Internazionalismo Izquierda Unida raddoppia!
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22
Nov
Scritto da Administrator
In Spagna ci sono solo due puntini rosa in una marea di azzurro: sono le province di Barcellona e Siviglia, le uniche dove, per un pelo, i socialisti sono ancora il primo partito. La nuova mappa politica è il risultato di una giornata che, per quanto prevista, ha la dimensione di svolta storica per un paese che ormai da mesi si dibatte in una crisi economica e finanziaria dirompente.
Quello di Mariano Rajoy, presidente del partito popolare (centrodestra), è diventato un trionfo grazie ad una maggioranza assoluta (186 seggi, dieci in più del necessario) più ampia di quella che ottenne José Maria Aznar, il primo leader di destra a tornare al potere dopo la dittatura nel 1996.
I popolari hanno ottenuto il 44,5% dei voti e 32 seggi in più del 2008 mentre il Psoe crolla sotto il 30% (28,6) e si ferma a 110 seggi, perdendo 59 seggi e quattro milioni di voti rispetto a tre anni e mezzo fa quando Zapatero fece il bis proprio contro Rajoy.
Il resto del quadro politico è più mosso. Tutti i partiti minori sono cresciuti e la Spagna è un po’ meno bipolare nonostante la legge elettorale punisca i piccoli. Izquierda Unida, approfittando del “desencanto” degli elettori verso il Psoe, passa da 2 a 11 deputati. Il partito di Rosa Diez, una ex socialista critica, da 1 a 5. Mentre nei Paesi Baschi, gli independentisti radicali di Amaiur ottengono per la prima volta più seggi (7) dei moderati del Partito nazionalista basco (5).



Finisce l'era Zapatero

di Daniele Zaccaria

Qualsiasi dubbio su come sarebbero andate a finire le elezioni politiche spagnole sembrava, ancora qualche giorno fa,  un esercizio accademico. D'altra parte i sondaggi, tutti i sondaggi, lasciavano poco spazio alle sorprese: ieri sera, infatti,  il popolare Mariano Rajoy è  diventato premier del paese: i popolari sono tornati ad essere il primo partito. Negli ultimi comizi e apparizioni televisive il candidato del Psoe, il 60enne Alfredo Rubalcaba ha provato a motivare la base con accorati appelli alla mobilitazione, ma in fondo è sempre stato perfettamente cosciente della sua missione impossibile: «Per favore, datemi una mano, dite agli amici di votare socialista», ha dichiarato con l'aria dell'agnello sacrificale dal palco del palazzetto dello sport di Fuenlabrada nel malinconico meeting che ha concluso la campagna elettorale. Le dimissioni anticipate di Zapatero sono servite solamente a limitare i danni, ossia a rassicurare i cosiddetti mercati e a contenere nelle sue proporzioni la sicura vittoria del centrodestra. Finita nel mirino degli speculatori e sballottolata anch'essa dall'ossessionante altalena dello spread (schizzato questa settimana oltre i 500 punti), la Spagna rischia di precipitare nell'abisso del proprio debito pubblico. A tutto questo si aggiunge un tasso di disoccupazione da brivido: 22%, che sale fino al 44% tra i giovani sotto i 25 anni: praticamente una bomba ad orologeria sociale pronta ad esplodere. Il settennato zapateriano, dopo una prima fase costellata di successi e complimenti internazionali, con la pioggia di riforme nel campo dei diritti civili (matrimonio gay, aborto, diritti delle donne), dopo aver archiviato definitivamente la pesante eredità del franchismo, dopo essere riuscito a trovare una difficile tregua con i separtisti baschi dell'Eta, si è incagliato sullo scoglio più vistoso: la crisi economica. L'esecutivo socialista è rimasto sostanzialmente immobile, quasi indifferente alla questione sociale che avanzava, e quando due anni fa il vento della recessione ha iniziato a soffiare violento su Madrid, era ormai troppo tardi. I provvedimenti di austerity presi dal governo per fermare la tempesta (su tutti la discussa introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione), le privatizzazioni-svendita dei beni pubblici i tagli lineari al welfare, sono serviti solamente ad allontanare gli elettori dal partito, senza riuscire a ridurre di una virgola il deficit e fornendo così ai popolari il più comodo degli argomenti: i socialisti sono i principali responsabili della crisi che si è abbattuta sulle famiglie spagnole. Difficile dargli torto. «Agli spagnoli in questo momento interessa soltanto migliorare la loro situazione economica: bisogna aggiustare i nostri conti pubblici e ridurre drasticamente la disoccupazione, cosa che in questi anni il Psoe non è riuscito a fare», ha martellato Rajoy durante tutta la campagna. Messaggio semplice quanto efficace. Venerdì il leader democristiano, probabilmente galvanizzato dall'imminente presa del potere, ha anche scherzato un po', chiedendo ai mercati di avere pazienza: «Datemi almeno mezz'ora per cortesia». Ma, a parte le battute, la situazione sembra molto grave, mentre la cura promessa dal leader dei popolari è il solito elenco di sgravi fiscali alle imprese, tagli draconiani alla spesa e liberalizzazioni dei contratti di lavoro, naturalmente sotto il controllo vigile della Bce e del claustrofobico direttorio franco-tedesco. L'unica voce di spesa che non verrà ridotta sono le pensioni, che lo stesso Rajoy ha promesso «per il momento» di non toccare. Per il resto mani libere: «Non voglio prendere in giro i cittadini, ci saranno sacrifici per tutti e dobbiamo essere pronti ad accettarli». Insomma nel paese iberico non si profila nessun «grande cambiamento», come invece titolava ieri il quotidiano conservatore Abc, nessuna svolta epocale, ma giusto la più classica delle alternanze in quadro politico-economico in cui ogni partito sembra condannato ad applicare la stessa indigesta ricetta. Ma, a differenza di quanto è accaduto in Italia, almeno gli spagnoli sono stati chiamati direttamente a scegliere di che morte morire senza affidare il proprio futuro a una pletora di "stimati tecnocrati" che nessuno ha eletto.

 

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