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La crisi non la paghiamo
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02
Gen
Di Giulio Marcon, su "il manifesto"
Il messaggio di fine anno inviato dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola alle Forze Armate contiene finalmente l’implicita ammissione di una verità di cui i pacifisti e gli analisti più attenti sono consapevoli da tempo: le Forze Armate italiane sono sovradimensionate e bisogna ridurne gli organici. Costano troppo (23 miliardi di euro) e questo anche perché abbiamo troppi soldati e soprattutto troppi ufficiali e sottufficiali. Nonostante questo, la recente manovra del governo Monti le spese militari non le ha nemmeno sfiorate. Si tratta di spese ingenti che ci mettono sempre tra i primi 10 paesi al mondo per spesa militare. Spendiamo pro-capite più della Germania. Ce lo possiamo permettere?
In tutto, 180mila persone che fanno lievitare i costi delle Forze Armate a livelli incompatibili con la crisi economica che stiamo vivendo. Un dinosauro burocratico dove, in proporzione, abbiamo più generali che nell’esercito degli Stati Uniti, più comandanti (ufficiali e sottufficiali) che comandati (soldati) e che non riesce, con 180mila soldati e graduati, ad assicurare un soddisfacente turn over a 8mila militari che si trovano nelle missioni all’estero. Nelle Forze Armate regnano sprechi ed inefficienza, l’operatività è un concetto vago e la parola “casta” può benissimo essere utilizzata per i privilegi corporativi delle sue gerarchie. Per non parlare delle commistioni opache con quel via vai di commesse di armi con al centro Finmeccanica, in questo aiutata da ex generali e capi di stato maggiore assunti all’uopo. Add a comment
Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Gennaio 2012 16:35
 
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30
Dic
Di Domenico Moro
La questione del debito pubblico è presentata, in Italia e in Europa, essenzialmente come una questione di disciplina di bilancio, da risolvere tagliando le spese e aumentando le imposte. In realtà, la crescita del debito pubblico e la difficoltà a rifinanziarlo è connessa molto di più alla scarsa crescita economica. Debito e deficit pubblici vengono calcolati in percentuale sul Pil. Dunque, una stagnazione o un decremento di quest'ultimo possono peggiorare i due indicatori, indipendentemente dalle spese. Di più: la scarsa crescita è collegata alla riduzione della competitività e al peggioramento del debito commerciale e della bilancia dei conti con l'estero. La minore capacità di pagare le importazioni con le esportazioni è uno dei fattori che rende critica la capacità di finanziare il debito pubblico sui mercati dei capitali.  Add a comment
Ultimo aggiornamento Sabato 31 Dicembre 2011 15:23
 
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29
Dic

Di Filippo Cannizzo, coordinatore Giovani Comunisti Lazio
“Perché il lavoro è un bene comune!”. Con questo grido di speranza da parte di una operaia della Videocon di Anagni si concludeva, la scorsa estate, una manifestazione contro la crisi ed in difesa dei diritti dei lavoratori davanti alla sede della Regione Lazio. Una delle tante, una delle troppe manifestazioni che ormai da tre anni si susseguono nella Regione Lazio e in tutto il Paese, da parte dei lavoratori e delle lavoratrici delle aziende in crisi, da parte dei lavoratori della scuola, dell’università, della ricerca, della cultura e dello spettacolo colpiti a più riprese dai tagli ai settori della conoscenza, da parte dei giovani, delle donne e dei precari che vedono ogni giorno di più ostruita qualsiasi prospettiva di futuro.“Perché il lavoro è un bene comune”. Da queste stesse parole siamo partiti nel Lazio, una delle regioni più colpite dalla crisi, convinti che fosse improrogabile per i Giovani Comunisti l’impegno in una lotta per restituire al lavoro il ruolo che gli compete, al centro del palcoscenico sociale del nostro Paese. Da almeno venti anni, infatti, vengono attaccati i diritti sanciti dai contratti nazionali, dalle leggi italiane e dalla nostra Costituzione, in quanto considerati da molti soltanto come un vincolo allo sviluppo e alla competizione globale, e l’esplosione della crisi è stata colta come pretesto per smantellarli.

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Ultimo aggiornamento Martedì 24 Gennaio 2012 15:45
 
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26
Dic

Il segretario di Rifondazione: "Monti vuole toccarlo: dove sono gli ammortizzatori?".
Di Giorgia Nardelli, su "il salvagente"
Articolo 18. È bastato che la titolare del ministero Lavoro pronunciasse queste due parole per infiammare i sindacati e riaccendere la polemiche sulla riforma del mercato del Lavoro. Il tema è caldissimo, tanto che la Fornero, dopo avere stigmatizzato le reazioni di Cgil Cisl e Uil, è dovuta tornare sui suoi passi dicendo che il tema dei licenziamenti “non è una priorità”, e sarà affrontato solo dopo una serie di emergenze.
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22
Dic

Scritto da Administrator   
Di Gavino Tanchigeddas, su "il manifesto"
Se  apri uno spiraglio alla porta dei diritti c’è il rischio che la corrente d’aria si porti via tutto. In realtà, Elsa Fornero quella porta l’ha spalancata minacciando di scalare una montagna così alta che neppure Berlusconi era riuscito a conquistare: liberiamoci dell’art. 18, comunque parliamone perché il diritto dei lavoratori ingiustamente licenziati «non è un totem». Ieri il ministro del welfare ha pesantemente compromesso i rapporti con il mondo dell’informazione (l’articolo è a pagina 4), ma in compenso ha incassato la solidarietà delle destre. Il presidente della Regione Lombardia ha applaudito la Fornero puntando sulla contrapposizione tra «vecchi» lavoratori garantiti e «giovani» precari, mentre Fabrizio Cicchitto va più in là e raccogliendo le preoccupazioni piuttosto fuori luogo del ministro che ha trasformato in minacce le legittime critiche di Susanna Camusso, evoca la morte di Biagi e stabilisce un nesso tra la sua barbara esecuzione e le critiche dell’allora segretario della Cgil Sergio Cofferati. Camusso come Cofferati, responsabili di «provocazioni verbali». Le parole sono armi e poi succede che armi vere entrino in azione. Questa sì che è una vera provocazione. Add a comment
Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Dicembre 2011 14:23
 
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