Lavoro, le cose vanno male. Malissimo. Molto peggio che altrove. Molto peggio che nel resto d’Europa. E non è finita: perché di suo, sul piatto, il governo ora ci mette anche altri 300mila posti in meno. Quelli che ha intenzione di «tagliare» da qui a tre anni nella pubblica amministrazione. E così quella di ieri sarà una giornata che passerà alla storia dal «fronte dell’occupazione». Dal difficile fronte dell’occupazione.
Una giornata vissuta attorno a due «eventi», a due convegni. Al primo - organizzato in occasione della giornata del risparmio - ha partecipato il governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Drammatiche le cifre che ha fornito: fra «il secondo trimestre del 2008 e la fine del 2009 il numero degli occupati nel nostro paese si è ridotto di 560.000 persone». Un esercito, un tasso di disoccupazione dell’8,5 per cento. Ma non è tutto. Anzi, i numeri veri sono assai più allarmanti. Perché ai disoccupati «ufficiali» - parole di Draghi - vanno sommati anche i «i lavoratori assistiti dalla cassa integrazione» che sanno che non rientreranno mai in produzione e quelli che «sarebbero disponibili a lavorare ma non cercano più un impiego perché disperano di trovarlo». Tutto ciò, tradotto in cifre, dà all’Italia un «tasso di sottoutilizzo» della forza-lavoro che supera l’11 per cento. Superiore a quella dell’Inghilterra e della Germania. E non è ancora finita qui: perché in queste statistiche mancano ancora gli uomini e le donne «forzosamente occupati a tempo parziale, pur desiderando un lavoro a tempo pieno».
Questi sono i dati. Sono più o meno gli stessi che aveva fornito appena una settimana fa l’ufficio studi di Bankitalia. In quel caso, però, i ministri Tremonti e Sacconi avevano attaccato Palazzo Koch, arrivando a dire che si trattava di «analisi ansiogene», di «cifre esoteriche». Ieri però i rappresentanti del governo hanno dovuto prendere atto della situazione. Ed è bastato che Draghi anziché di disoccupazione parlasse di «tasso di sottoutilizzo» perché Tremonti dicesse che «una volta rimossi gli equivoci», ora «comprende i criteri illustrati da Draghi».
Li comprende ma non li condivide. Perché sempre il potente ministro dell’Economia ha aggiunto che secondo lui non possono essere messi sullo stesso piano i disoccupati e gli «scoraggiati». Anzi - fa capire - per lui gli «scoraggiati» non esistono proprio. E cita un improbabile studio secondo il quale in Italia ci sarebbero 400 mila posti disponibili (da infermiere, sarto, «apprendista»), rifiutati da senza lavoro.
Nessuno, comunque, s’è preso la briga di contestare il ministro. L’hanno semplicemente ignorato. Anche perché il quadro disegnato da Draghi non è solo drammatico per il presente: è ancora più buio per il futuro. Insomma, il distacco con gli altri paesi è destinato ad aumentare. «Le prospettive per la crescita del pil, quest’anno e il prossimo, non si discostano di molto dall’1%. - ha spiegato il Governatore - Nel primo semestre, l’economia ha tratto beneficio dall’aumento delle esportazioni che però ora stanno rallentando». Servirebbe il contributo della domanda interna, ma con stipendi ridotto all’osso e con quelle percentuali di senza lavoro le speranze sono poche.
E in questa situazione il governo, nella persona del ministro Brunetta, ha pensato bene di metterci il «carico da novanta», come si dice. Anzi il carico da trecentomila. Sì, perché in un altro convegno - poco distante da Palazzo Koch - il ministro ha spiegato che l’obiettivo del governo è di ridurre dell’otto per cento gli occupati nella pubblica amministrazione. E secondo Brunetta il governo potrebbe riuscirci: per «merito» delle misure già adottate come il blocco del turn-over, coi contratti di lavoro flessibile, col «collocamento a riposo». Tradotto: questo governo ha in mente di non rinnovare il contratto a migliaia e migliaia di persone. Che, improvvisamente da un giorno all’altro, si trasformeranno da «precari» a percettori di «reddito zero».
Taglieranno trecentomila posti, dunque. E tutto questo, per i cittadini, significherà migliaia di servizi in meno (asili, scuole, biblioteche, sanità in meno). Brunetta (che «scimmiotta a fare Cameron», come taglia corto Epifani) aggiunge però che «sarà difficile» centrare tutti gli obiettivi. Lui dice per le resistenze delle varie «consorterie», fra le quali ci mette anche il sindacato. La speranza di tutti quelli che hanno commentato le parole del Ministro è che davvero sia così, che qualcuno riesca finalmente a mettergli il bastone fra le ruote.
Qualcosa è cambiato
di Dino Greco
su Liberazione del 17/10/2010
L'impressione è davvero profonda. Non si vedeva da tempo una partecipazione così grande e, in essa, una così forte consapevolezza, che emanava da ogni spezzone dell'interminabile serpentone che si è snodato per le vie di Roma senza riuscire, in buona parte, a penetrare in una piazza San Giovanni gremita sino all'inverosimile. Vi rimandiamo all'ampia cronaca, nelle pagine interne, che dà conto - a chi non l'avesse vissuta in prima persona o a chi volesse rinnovarne le emozioni - di questa straordinaria giornata di lotta, pacifica e serena: persino irridente l'allarmismo strumentale del ministro degli Interni, campione di pelosa disinformazia, che alla vigilia aveva annunciato possibili infiltrazioni di guastatori. Non è accaduto, con buona pace di quanti si auguravano di poter macchiare quella che si è rivelata una limpida prova di democrazia. Oggi - ha ragione Maurizio Landini - la percezione è che qualcosa è già cambiato. Qualcosa di difficilmente esorcizzabile nell'atmosfera rarefatta del gioco politico che si consuma stancamente nelle manovre di palazzo.
Quando ieri abbiamo titolato la prima di questo giornale con un esplicito «Siamo tutti metalmeccanici» volevamo dire essenzialmente due cose sulle quali non è superfluo tornare. La prima, di immediata comprensione, è che la Fiom rappresenta il punto più alto e organizzato di coagulo dell'opposizione sociale. Non per caso attorno ad essa si è aggregata una moltitudine di soggetti collettivi, di movimenti, diversi fra loro e tutti fortemente connotati per i temi che ne costituiscono tratto identitario e scopo perseguito. La rivendicazione di condizioni di vita, di lavoro, di studio dignitose, di irrinunciabili diritti di cittadinanza si è saldata ad un bisogno di democrazia che non si rassegna all'oscena, caricaturale rappresentazione che di essa offre la politica-politicante. La seconda è che questo concerto articolato di soggettività ritrova (il prefisso "ri" non è casuale) il proprio centro di annodamento nel lavoro, proponendo un racconto lungamente revocato e ancora oscurato dalle forze politiche "riformiste", che credono di potere combattere il governo liberticida e ripristinare la democrazia senza rovesciare rapporti sociali fondati sullo sfruttamento e sull'unilateralità del comando d'impresa; che pensano, in altri termini, si possa sconfiggere Berlusconi e contemporaneamente ammiccare a Marchionne.
Può dunque solo far bene, innanzitutto alla sinistra, rimettere un po' d'ordine nella confusione che regna sovrana e riappropriarsi di alcuni fondamentali strumenti di interpretazione della realtà.
A maggior ragione di fronte alla recidivante refrattarietà del Pd ad ogni lettura che si smarchi dall'ideologia interclassista e dal mercatismo, neppure troppo temperato, che sono la cultura di riferimento di quel partito. A nome del quale, il suo responsabile economico, Stefano Fassina, è riuscito a spiegare la mancata adesione dei Democratici alla manifestazione di ieri con il fatto che ad un partito non competerebbe accodarsi a mobilitazioni promosse da altri, quanto piuttosto dedicarsi ad una sintesi superiore, «nel nome dell'interesse generale». Dunque, un partito che "non prende partito", che "non guarda al tutto dal punto di vista di una parte", che osserva dall'alto ciò che accade e poi si colloca (o, piuttosto, crede di collocarsi) sull'asse medio della curva. Una volta, l'abbiamo già detto in altre circostanze, ma non ci stanchiamo di ripeterlo, era opinione condivisa, almeno a sinistra, che l'interesse dei lavoratori, dei produttori della ricchezza sociale, corrispondesse all'interesse del Paese. Oggi, questa nozione di senso comune è stata travolta e rovesciata nel suo contrario: il dominus è l'impresa, e non ci sono diritti, libertà, ragioni sociali che non possano (debbano) essere sacrificati al dogma della competitività. Ieri, nell'inserto speciale dedicato da Liberazione ai trent'anni che separano la capitolazione del sindacato alla Fiat, nell'ottobre del 1980, dalla situazione odierna, Francesco Garibaldo ha ripercorso, passo dopo passo, il processo regressivo che ha indebolito il potere di coalizione dei lavoratori, immiserito le loro condizioni e - contemporaneamente - sfibrato la democrazia costituzionale.
Oggi, mentre Bonanni prova a togliere ai lavoratori la rappresentanza sociale e il Pd nega loro quella politica, occorre lavorare al difficile ma irrinunciabile obiettivo di ricostruire l'una e l'altra. La Fiom sta ampiamente dimostrando di essere all'altezza del compito e che c'è un pezzo di sindacato vitale e carico di futuro. La sinistra alla sinistra del Pd deve ancora guadagnarsi la stessa credibilità. Ma la strada è segnata e va percorsa, senza tentennamenti, sino in fondo.

Resistenza francese
Al grido di «Non pagheremo noi la crisi» Parigi si mobilita per la sesta volta in un mese. In piazza 3,5 milioni di persone. E torna lo slogan delle proteste anti-Cpe: «Resistenza». Sarkozy: liberare le raffinerie, anche con l'uso della forza
PARIGI. La protesta non cede. 3,5 milioni in piazza in tutta la Francia, secondo la Cgt. Un'enorme manifestazione, divisa in due cortei partiti da place d'Italie e che si sono poi ritrovati agli Invalides, ha attraversato Parigi ieri pomeriggio, con più di 330 mila persone. Molto forte la partecipazione dei liceali, che già pensano a una nuova mobilitazione giovedì, alla vigilia della chiusura delle scuole per le vacanze dei Santi. È tornato in forza lo slogan delle manifestazioni - vittoriose - contro il Cpe: «resistenza».
In tutta la Francia ci sono state ieri più di 270 manifestazioni. Ma il governo ha scelto la linea dura. A cominciare dalla reazione a due fattori che più preoccupano Sarkozy: il blocco delle raffinerie e la protesta dei liceali. Ieri, c'è stata una riunione a Matignon, per far fronte all'emergenza carburanti. L'Eliseo potrebbe decidere l'intervento della polizia contro gli operai della petrolchimica. «L'ordine pubblico deve essere garantito» ha affermato Sarkozy, che vuole riportare alla normalità i rifornimenti di benzina «in tre o quattro giorni». Il primo ministro, François Fillon, afferma che «l'intimidazione, il blocco e la violenza sono la negazione della democrazia» e che «nessuno ha il diritto di prendere in ostaggio un intero paese». Affermazioni che fanno temere l'intervento delle forze dell'ordine contro chi sciopera. Il governo, che continua del resto a negare che ci sia penuria di benzina malgrado le pompe a secco e le lunghe code di auto, è messo sotto pressione dal Medef, la Confindustria francese, che denuncia il ricorso forzato alla cassa integrazione, perché molte piccole e medie imprese non possono più lavorare per mancanza di carburante. Contro i liceali, gli interventi della polizia ci sono già stati. Ci sono stati ancora scontri a Nanterre, dove già lunedì la situazione era molto tesa. Incidenti anche a Lione, con qualche fermo, dopo alcune ore di guerriglia urbana. A Parigi, in mattinata, la polizia ha sgomberato qualche centinaia di liceali che facevano un sit in in place de la République.
Nel corteo parigino, i liceali sono venuti in forza, al grido di «resistenza», lo slogan della lotta contro il Cpe. Durante la marcia, il servizio d'ordine della Cgt è stato molto attivo, per evitare incidenti. I sindacati prima della partenza del corteo hanno lanciato un nuovo appello ai giovani a «non cedere alle provocazioni». Agli Invalides, i manifestanti hanno invitato i Crs (poliziotti), che bloccavano il ponte Alexandre III ad unirsi alla manifestazione: «tutti assieme, tutti assieme».
François Chérèque della Cfdt e Bernard Thibault della Cgt erano di nuovo in testa al corteo, dove uno striscione spiegava le ragioni della protesta: «servizi pubblici, occupazione, salari, pensioni, non tocca a noi pagare la crisi». L'opinione pubblica continua a sostenere la protesta: il 71% appoggia le manifestazioni, due punti in più rispetto al 12 ottobre, secondo un ultimo sondaggio dell'istituto Csa.
La gente, anche se non si fa illusioni sulla linea dura del governo, vuole continuare a battersi. «Continueremo fino al ritiro della riforma delle pensioni», dicono in tanti, una legge ritenuta ingiusta, che innalza per tutti l'età pensionabile a 62 e a 67 anni (per avere la pensione completa). «Quello che mi piace in questo popolo è l'ostinazione» dice Doucha, una militante di lungo corso. La fantasia fa fiorire gli slogan. Tra i più gettonati ieri quello degli Alternatifs, un semplice Le gouverneMENT (un gioco di parole tra «governo» e «il governo MENTE»).
Ironia sulla battaglia delle cifre della partecipazione alla mobilitazione tra organizzatori e polizia: «62 anni per la polizia, 60 anni per i manifestanti».
La questione dell'ingiustizia sociale, non solo della riforma delle pensioni, torna con insistenza. Un cartello riassume la situazione: «7.835.000 francesi devono vivere con meno di 950 euro al mese e più della metà con meno di 775 euro», dati rivelati da una statistica recente sulla povertà nel paese. Accanto un altro cartello ricorda «Chirac: 31mila euro di pensione al mese». I riferimenti agli scandali sono numerosi, il nome della Bettencourt torna sovente.
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I sindacati uniti vogliono emendare la riforma di Sarkò
Per i sindacati, la mobilitazione tiene e, anzi, si radica sempre di più tra i cittadini, malgrado il governo continui a dire che «il movimento è in calo». L'intersindaale si riunisce giovedì, per decidere che seguito dare alla protesta. Per Bernard Thibault, segretario della Cgt, «è tempo che il governo ascolti la mobilitazione. Non abbiamo conosciuto questo da tempo. Sarkozy deve diventare ragionevole. Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire». L'opposizione è schierata con i sindacati. Il Ps, che era venuto in forze al corteo parigino (c'erano anche Martine Aubry e Ségolène Royal) ha sottolineato ieri che «il movimento sociale non è contro le riforme, ma contro questa riforma». L'ex segretaria del Pcf, Marie-George Buffet, ha denunciato «la provocazione del governo» che ha chiuso la porta a qualsiasi dialogo.
Uno dei risultati positivi della mobilitazione in corso è l'unità sindacale. «Almeno c'è l'unità sindacale - ha commentato ieri una manifestante a Parigi - dobbiamo dire grazie Sarkozy». Ma sul seguito, non è certo che questa unità tenga. Già la Cgc, il sindacato dei quadri, aveva fatto sapere, ancora prima dei cortei di ieri, che non avrebbe più partecipato ad altre manifestazioni dopo il voto definitivo della legge. Ma anche la Cgc sarà presente all'intersindacale di giovedì. Giovedì era anche il giorno previsto per il voto finale della legge di riforma al Senato, che però potrebbe slittare fino a domenica, perché il presidente del Senato non vuole fare come il suo collega dell'Assemblea che ha troncato i dibattiti per accelerare la votazione e accontentare Sarkozy. In più, c'è la questione delle vacanze dei Santi, dieci giorni durante i quali non solo i liceali, che hanno ingrossato i cortei, ma anche gli insegnanti, molto presenti nelle manifestazioni, potrebbero non rispondere a un nuovo appello a scendere in piazza.
I sindacati, comunque, non intendono abbandonare la lotta. La Cgt e la Cfdt insistono con il governo perché vengano aperte delle discussioni su alcuni punti della riforma, giudicati i più ingiusti, in particolare sui lavori usuranti. Chérèque ha proposto che l'innalzamento dell'età per avere la pensione a tasso pieno, da 65 a 67 anni, venga sospeso per due anni, il tempo di ridiscutere. Così le pensioni diventerebbero un argomento della campagna delle prossime presidenziali del 2012. Ma Sarkozy vuole arrivare a questo appuntamento con l'aura di un vincitore, con la testa tagliata del movimento sociale, per presentarsi come il presidente che contro venti e maree ha osato fare delle riforme impopolari. La situazione è bloccata, tra un movimento che tiene nel tempo e non demorde, e un governo che non intende cedere (anche se i marittimi del collegamento Marsiglia-Corsica hanno una lettera del ministro del lavoro che assicura che la riforma non li riguarderà e per questo hanno sospeso lo sciopero). Lo scontro si sposta nelle raffinerie: Sarkozy minaccia di intervenire con le forze dell'ordine.
67 IN GERMANIA è l'età per la pensione ordinaria. È possibile anticiparla a 65 anni (con 45 anni di contributi) o a 63 (con 35 anni di contributi), con una pensione a importo ridotto.
65 IN INGHILTERRA L'età pensionabile per gli uomini (60 anni per le donne), ma entro il 2020 si arriverà all'equiparazione. Non c'è invece possibilità di anticipo.
65 IN SPAGNA L'età pensionabile (per uomini e donne), con riduzioni però per chi ha fatto lavori usuranti. Chi ha 30 anni di contributi può andare in pensione a 61 anni.
61 IN SVEZIA Il pensionamento normale è modulato su finestre flessibili tra i 61 e i 67 anni. Nessuna possibilità di anticipo, si può continuare a lavorare anche dopo i 67 anni.
Cina, crescita e sviluppo interno - Anteprima Liberazione del 19 ottobre
di Simonetta Cossu
Fine settimana di lavoro a Pechino. Gli oltre 300 membri (204 membri permanenti; 167 alternati) si sono riuniti per il Plenum del partito comunista che ha chiuso i lavori. Tema centrale del dibattito il nuovo piano quinquennale 2011-2015 che vara un nuovo modello di sviluppo basato su una “crescita inclusiva”. La disuguaglianza fra ricchi e poveri e “l’odio per i ricchi” sono secondo i delegati del partito i più gravi problemi sociali del paese. Si è anche parlato di riforme politiche. Nelle scorse settimane hanno fatto molto scalpore le proposte del premier Wen Jiabao il quale aveva lanciato l’avvertimento che «senza riforme politiche, rischiamo di perdere tutto». Ha fatto il giro del mondo l’appello di diversi veterani del Partito che chiede libertà di stampa e la fine della censura da parte dell’Ufficio di propaganda del Partito. Ma per ora le resistenze a quello che sarebbe un cambio epocale sono ancora tante.
Niente di nuovo quindi per quanto riguarda questo tema, almeno per ora visto che la bozza finale verrà presentata il prossimo mese e approvata a marzo in occasione della sessione annuale dell’Assemblea nazionale del popolo. Ma alcune decisioni prese fanno già notizia. Il plenum ha nominat il vice-presidente Xi Jinping a vice-presidente della Commissione militare centrale. Un incarico strategico che lo mette in pole position per la presidenza. Nel 2013, scadrà il mandato per il presidente Hu Jintao e il primo ministro Wen Jiabao.
Xi, 57 anni, è dal 2007 membro del Comitato permanente dell’ufficio politico del partito comunista, il cuore del potere in Cina. La sua nomina alla Commissione militare era già attesa l’anno scorso, quando però non fu ratificata. Il futuro ora di Xi Jinping parrebbe assicurato, perchè la nomina di ieri implica che diventerà senza dubbio il segretario generale del partito nel 2012, poi il presidente nel 2013. Salvo imprevisti, naturalmente. Infatti Xi non sarebbe il candidato preferito da Hu; secondo alcuni esperti, avrebbe però il sostegno dell’ex presidente Jiang Zemin, ancora molto influente. Li Keqiang è invece il candidato a succedere al primo ministro Wen Jiabao.
Il Plenum inoltre ha varato il nuovo piano economico e Pechino avrebbe già stanziato oltre 40 miliardi di euro. Ma stando alle indiscrezioni riportate dal South China Morning Post, sembra che il budget previsto nel dodicesimo piano quinquennale (2011-2015 sia molto più alto e che il governo cinese abbia addirittura raddoppiato i 4mila miliardi di yuan contenuti nel pacchetto stimoli adottato due anni fa per contenere la crisi. Due i punti focali del nuovo piano economico: le industrie e le regioni interne il cui sviluppo permetterà al Dragone di raggiungere quell’equilibrio economico - o crescita complessiva - di cui ha parlato il presidente, Hu Jintao: un equilibrio possibile solo attraverso lo sviluppo economico e sociale di tutto il Paese «affinchè tutti i cittadini, dai più ricchi ai più poveri, possano vivere una condizione di benessere».
Abbandonata la strategia della crescita indiscriminata, Pechino punta ora alla qualità riducendo il tasso di crescita, focalizzando l’attenzione sulle modifiche strutturali e, soprattutto, selezionando nove settori chiave: energie alternative, nuovi materiali, tecnologie informatiche, biologia e medicina, protezione ambientale, aerospaziale, navale, industrie avanzate e servizi Hi-tech, nei quali verrà iniettato il flusso di capitale. Secondo molti economisti, Pechino sta già pensando a un incremento di fondi destinati alla riforma sanitaria, all’istruzione e ai sussidi immobiliari da inserire nel piano quinquennale. Infatti se è ormai un fatto scontato che la Cina ricopre un ruolo fondamentale nello scacchiere mondiale, gli occhi della comunità internazionale non possono che essere puntati sul nuovo pacchetto stimoli che potrebbe rivoluzionare le carte in tavola. E mentre JP Morgan prevede un tasso di crescita pari all’8% nei prossimi 5 anni, il Fondo monetario internazionale è pronto a scommettere che il Dragone si trasformerà presto da un’economia basata sull’esportazione a una basata sulla domanda interna, una tesi condivisa anche da Goldman Sachs.





