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Home La crisi non la paghiamo La crisi non la paghiamo Dopo l’articolo 18, la Costituzione
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22
Dic
Di Gavino Tanchigeddas, su "il manifesto"
Se  apri uno spiraglio alla porta dei diritti c’è il rischio che la corrente d’aria si porti via tutto. In realtà, Elsa Fornero quella porta l’ha spalancata minacciando di scalare una montagna così alta che neppure Berlusconi era riuscito a conquistare: liberiamoci dell’art. 18, comunque parliamone perché il diritto dei lavoratori ingiustamente licenziati «non è un totem». Ieri il ministro del welfare ha pesantemente compromesso i rapporti con il mondo dell’informazione (l’articolo è a pagina 4), ma in compenso ha incassato la solidarietà delle destre. Il presidente della Regione Lombardia ha applaudito la Fornero puntando sulla contrapposizione tra «vecchi» lavoratori garantiti e «giovani» precari, mentre Fabrizio Cicchitto va più in là e raccogliendo le preoccupazioni piuttosto fuori luogo del ministro che ha trasformato in minacce le legittime critiche di Susanna Camusso, evoca la morte di Biagi e stabilisce un nesso tra la sua barbara esecuzione e le critiche dell’allora segretario della Cgil Sergio Cofferati. Camusso come Cofferati, responsabili di «provocazioni verbali». Le parole sono armi e poi succede che armi vere entrino in azione. Questa sì che è una vera provocazione.
Non basta ancora rimettere in discussione l’art. 18 e lo Statuto dei lavoratori, ministro, si può fare di più. Il suggerimento arriva dal presidente del Veneto Luca Zaia: «Nulla è un totem, nemmeno la Costituzione». Dentro la corrente d’aria provocata dalle sprovvedute minacce di Elsa Fornero, ecco rispuntare anche l’ex ministro Maurizio Sacconi, primo firmatario di una proposta di riforma del mercato del lavoro che «tenga conto del lavoro svolto dal governo Berlusconi, in particolare dall’ex ministro del welfare», ci fanno sapere Gasparri e Quagliarello. Sacconi si è appuntato al petto molte medaglie, ultima da un punto di vista temporale il famigerato articolo 8 della manovra ferragostana che apre la porta alla cancellazione del contratto nazionale di lavoro. Un regalo all’ad della Fiat Sergio Marchionne che ha convinto i sindacati meno rappresentativi a estendere a tutti i dipendenti del Lingotto il contratto-capestro di Pomigliano in sostituzione del contratto nazionale dei metalmeccanici. Il governo che si presenta come salvatore della patria, dunque, non può essere criticato e chi parla di sospensione della democrazia è anti-italiano.
Ieri il ministro Fornero ha difeso «con ardore» l’equità della manovra. E ieri in Senato ha ammesso che i salari sono troppo bassi e vanno aumentati, aggiungendo: «Conosciamo il divario nella distribuzione dei redditi che è cresciuto negli ultimi 15-20 anni». Parole che arrivano dopo la denuncia dei bassi redditi pronunciate dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni. Meno convinto, tanto per cambiare, il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei secondo il quale «più che i salari, che può darsi siano un po’ più bassi» del resto d’Europa, «il problema è il costo del lavoro che è molto più alto».
Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Dicembre 2011 14:23
 

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