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17
Dic
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Di Mario Pianta, su "il manifesto"
È stato relativamente facile per Mario Monti avere ieri la fiducia della camera al suo programma di austerità. Più difficile è il compromesso dell’ultimo minuto negoziato al senato Usa su come trovare i 200 miliardi di dollari che mancano in bilancio. Per mantenere gli sgravi fiscali ai lavoratori dipendenti, i democratici vogliono tassare i redditi oltre 1 milione di dollari, ma i repubblicani hanno posto il veto; senza accordo, la spesa pubblica sarebbe senza copertura e lo stato dovrebbe letteralmente chiudere gli uffici pubblici.
La politica sembra paralizzata e la finanza corre verso l’abisso. L’agenzia di rating Fitch ha abbassato i voti a sette delle maggiori banche – da Goldman Sachs a Deutsche Bank – gonfie di titoli pubblici e privati che valgono sempre meno; le tengono in vita solo i finanziamenti illimitati – a costi quasi zero – offerti da Banca centrale europea e Fed Usa, e i facili guadagni a spese degli stati che devono pagare il 30% sul debito della Grecia e il 7% sul debito dell’Italia.
L’accordo di Bruxelles sulla revisione dei Trattati – che impone austerità a tutti – non ha ridotto la speculazione finanziaria e il peso del debito pubblico si fa più pesante: Standard & Poor sta per togliere le tre A alla Francia e la Banca di Francia replica puntando il dito sui conti in rosso della Gran Bretagna, isolata dopo il suo no all’Europa. Per fortuna i regolamentatori Usa hanno proposto di eliminare ogni ruolo delle agenzie di rating nella valutazione dei rischi finanziari: una misura essenziale da introdurre al più presto anche in Europa.
La finanza in picchiata trascina dietro di sé l’economia reale. Nel 2011 la crescita del commercio internazionale è appena un terzo rispetto all’anno passato, il boom dei paesi emergenti si sgonfia, le spinte al protezionismo si moltiplicano, la Cina impone tariffe sulle auto di lusso Usa e Washington minaccia ritorsioni. L’idea che sarà il commercio a rilanciare la crescita si mostra un’illusione. Perfino Mario Monti, nel suo primo discorso al senato, ha raccomandato di «comprare italiano» per Natale, dopo una vita passata a sostenere l’apertura dei mercati internazionali. A liberalizzare i mercati interni, come abbiamo visto alla camera, ha rinunciato subito.
La recessione prende piede in Europa – grazie alle politiche di austerità imposte dalla Germania – e i tassi di disoccupazione salgono al 21% in Spagna e al 17% in Grecia, mentre in Italia Confindustria si aspetta 800 mila posti di lavoro in meno. Da Washington, perfino Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario, ha avuto un sussulto: se non cooperiamo tutti, avremo protezionismo e depressione: «Proprio quello che è avvenuto negli anni trenta, e quello che è successo dopo non è esattamente quello che desideriamo». Il problema è quello che è successo prima: oggi la depressione si può evitare legando le mani alla finanza e rimettendo al posto di comando una politica che lasci i dogmi del liberismo e prenda le difese del 99% della società.
 

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