L’ ABBASSAMENTO DELL’OBBLIGO SCOLASTICO A 15 ANNI: PERCHÈ SIAMO CONTRARI
Di Valerio Ferrandino
La progressiva “aziendalizzazione” dell’istruzione pubblica italiana ha un nuovo orizzonte: l’effettivo abbassamento dell’età minima per smettere di studiare, l’età della “scuola dell’obbligo”.
Il governo dei tagli (ai servizi primari) e degli aiuti (alla oligarchia borghese e anarcocapitalista) ha lanciato un’iniziativa legislativa che possiamo definire con due sole parole: classista e reazionaria. Questa combriccola di affaristi e profittatori, permettendo l’equivalenza tra un anno di formazione scolastica e un contratto di apprendistato (leggasi lavoro dequalificato e sottopagato) della stessa durata, concretizza la possibilità per i giovani di abbandonare a quindici anni (anziché sedici) i banchi di scuola per avvicinarsi ai banchi d’officina.
Questa bieca iniziativa è in linea con l’atteggiamento oscurantista di questo governo imprenditoriale, il governo che ha proposto e realizzato la (contro)riforma Gelmini, lo stesso esecutivo che promuove la privatizzazione della conoscenza tramite il DDL Aprea.
Esaminiamo le ragioni per cui siamo ASSOLUTAMENTE CONTRARI a questa nuova misura a favore dell’ignoranza popolare:
Le necessità economiche, le scarsa motivazione personale, le difficoltà nello studio saranno tutte buone motivazioni che spingeranno i giovani ad abbandonare prima l’istruzione ora obbligatoria. Ricordo inoltre che, anche adesso (con l’obbligo scolastico a sedici anni) la dispersione scolastica, in talune zone d’Italia, è un dato allarmante e non facilmente controllabile;
La diminuzione del numero dei frequentanti, con l’attuale criterio di assegnazione dei fondi scolastici, sarebbe per il governo una ghiotta occasione di taglio dei fondi stessi. Attualmente, il Ministero dell’Istruzione corrisponde agli istituti una cifra pari al numero degli studenti moltiplicato per una quota fissa. Diminuendo gli studenti, i signori del governo potranno affermare di spendere “quanto prima della riforma” per l’istruzione, mentre invece rimarrebbe fissa solo la quota (salvo ritocchi in Finanziaria). I soldi così risparmiati potranno dunque essere destinati a opere inutili e dannose come la TAV, il ponte sullo Stretto, ecc…
L’ingresso sul mercato del lavoro di tanti giovani privi della formazione necessaria a cui viene imposto un contratto da apprendisti rende più facile imbrigliare i ragazzi nel sistema criminale della “flessibilità” e dei contratti di lavoro “a tempo determinato”, con evidenti vantaggi per gli imprenditori, unici cittadini a beneficiare della politica governativa.
Non sarò io qui né mai saremo noi comunisti a negare o sminuire il valore educativo del lavoro: sappiamo quanto esso insegni sul piano tecnico e in che significativa misura formi sul piano morale. Tuttavia non è questa forma di schiavitù legalizzata che riconosciamo come “lavoro”, né questo caotico insieme di anarchica burocrazia e pedante nozionistica che individuiamo come “istruzione”.
Noi giovani siamo la società del futuro, ormai lo sappiamo. Ci vogliono incoraggiare a non essere “bamboccioni”? Ci vogliono formare professionalmente dando una forma innovativa alla scuola?
Le proposte sono scarse, specie sul fronte parlamentare, dove un’opposizione sempre più incolore e accomodante (il ritornello del “dialogo”…) rinuncia per comodità a fare il proprio dovere.
La proposta che facciamo è quella di una reinterpretazione del ruolo della scuola nell’ambito della formazione lavorativa. Invece di tagliare, si spenda per il potenziamento degli istituti professionali: questi uniscono in un sol colpo un corso di studi serio e professionalizzante ed una durata breve, caratteristiche che permettono anche ai ragazzi meno abbienti o meno motivati di avere un diploma triennale per entrare nel mondo del lavoro con la sicurezza di conoscere un mestiere.
Inoltre, si dovrebbero incrementare le ore di esercitazioni pratiche negli Istituti Tecnici, scuole troppo spesso relegate al ruolo di “Licei di serie B”. Attualmente queste ore sono etichettate come “troppo costose in relazione ai vantaggi” (definizione degna di un amministratore delegato!). Tuttavia non si comprende che, con una preparazione seria dal punto di vista pratico, i periti che queste scuole “sfornano” (e sono una percentuale significativa del totale dei diplomati italiani!), non solo sapranno, ma sapranno anche fare ed avranno, di conseguenza, maggiori possibilità di trovare un lavoro nel settore a cui si sono approcciati.
Questi sono i giovani che la scuola italiana dovrebbe formare, così (e non con l’apprendistato forzato) si dà ai ragazzi la capacità di lavorare. E se i giovani lavorano serenamente, tutta la società ne sarà rinnovata.
Costruire una scuola efficiente e democratica oggi significa avere una società migliore domani.












